Le zanzare e il benzinaio

L’ambientazione era molto semplice. Un vecchio rifornitore di benzina di periferia, luci al neon tremolanti, il crepuscolo. Giornata calda e nessuna macchina in giro. L’unica cosa che si vedeva era il pelato, seduto sulla sua sedia di plastica a guardare un monitor tutto righe. E poi, ovvio, centinaia di zanzare.

Ha la pancia, il pelato, e un paio di baffi da vecchio kaiser che farebbero sospettare un elmetto puntuto nascosto sotto il letto. Sta lì, tutto il giorno, tutti i giorni, a guardare programmi sgranati con una mono-espressione piatta dietro i baffi. Compie una decina di azioni nel totale, tra cui: accarezzarsi i lunghi peli facciali, scoreggiare, estrarre qualche panino da un sacchetto che gli pende dalla sedia, e quando capita, alzarsi lentamente andando a pisciare un po’ di benzina nella macchina del tizio di passaggio.

È felice così il Vecchio Kaiser, o il Pelato, come vogliamo chiamarlo, tanto a lui non penso importi. Oltre che a vari nomi, risponde anche a vari suoni. In quel momento rispose ad esempio al fischio del tizio che inchiodò la Barchetta di fianco alle pompe. Al fischio le chiappe del Pelato iniziarono il loro lungo percorso dalla sedia alla macchina. E sempre al fischio seguì un classico: “Datti una mossa, panzone!”

Non aveva mica tempo da perdere lui, il tizio sulla barchetta. Aveva il corso di ballo latino-americano ed era già in ritardo. Gli piacevano quei corsi. Tutte quelle cinquantenni sudate che volevano dare una svolta alla loro vita e tornare a divertirsi. Gli davano una leggera sensazione di decadente che lo eccitava parecchio. Molto più delle prostitute che bazzicava. Già, andava anche a prostitute. Ma insomma, diciamolo, non riusciva sempre a portarsi a casa una di quelle ballerine amatoriali, e quindi cosa poteva farci lui se loro non ci stavano? Doveva andare a puttane, ovvio. Si spostò i capelli dalla fronte e gliene rimasero un paio in mano. Li lanciò via innervosito. Ormai non gliene rimanevano più molti sopra il cranio.

Il Vecchio Kaiser era ancora a metà strada. Sbuffando il tizio tirò fuori dal lato della portiera un panno di spugna e si mise a lucidare il cruscotto della macchina. Le voleva bene come a una figlia a quella macchina. Rossa, tettuccio apribile nero perennemente abbassato anche nelle giornate più fredde, cavallino adesivo sul cofano e sul portabagagli. Qualcuna delle cinquantenni gli aveva addirittura chiesto se fosse veramente una Ferrari; non vi dico il suo ego e la sua eccitazione. Quella sera aveva dovuto fare il doppio giro: ballerina prima e prostituta poi.

Il panzone arrivò.

“Era ora. Mi faccia il pieno. E si dia una mossa”

Il panzone estrasse la pompa e inserì l’erogatore.

“Può spegnere la sigaretta signore?”

Ah sì, il tizio stava fumando. E questo è poi il punto importante della vicenda. Svogliatamente l’uomo sulla macchina diede un ultimo tiro facendo arrossire la brace, afferrò il mozzicone tra il pollice e il medio e lanciò fuori dalla macchina la sigaretta. Questa rimbalzò, finì sopra al panzone (che per la cronaca portava le ciabatte), gli scottò un dito del piede e lo fece sobbalzare. Il becco dell’erogatore saltò quindi fuori dalla carrozzeria, rovesciando un bel po’ di benzina per terra.

E in un’unica vampata niente più barchetta, niente più tizio, niente più baffi da kaiser, niente più panzone, niente più distributore. Addirittura niente più zanzare.

In copertina: Edward Hopper

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