La ghiandaia

L’uomo trovò una tortora di pochi giorni sotto casa sua, attaccata alle pietre della rampa d’ingresso. L’uomo classificò quell’essere come “cucciolo di piccione”, perché non aveva idea della differenza tra tortore e piccioni, sebbene questi popolassero in grandi quantità gli stessi suoi spazi. L’uomo, inoltre, non pescò nel suo vocabolario il termine “pullo” biologicamente più corretto, ma il suo lessico interno si accontentò di un più immediato e generalizzabile “cucciolo”.

L’uomo non riuscì a continuare per la sua strada ignorando l’uccello tremante. Gli diede un piccolo colpo con la scarpa per testarne la vitalità, provocandosi un’ambivalente sensazione di sollievo e frustrazione quando quello aprì gli occhi aumentando la frequenza del respiro. Fosse stato morto o quasi morto, l’uomo avrebbe di certo sperimentato un sentimento di triste sconforto ma questo sarebbe poi stato rapidamente diluito dalla percezione dell’ineluttabilità del fato, di cui, in quel caso, non avrebbe dovuto esserne un attore. Ora invece, l’uomo era chiamato all’azione, o almeno alla decisione della non-azione. Sapeva che gli scenari possibili non erano confortanti. Se avesse deciso di “salvarlo”, l’uomo non sapeva come occuparsi del pennuto: ignorava il tipo di cibo necessario alle esigenze di un “cucciolo di piccione” e le modalità con cui somministrare tale nutrimento. Non sapeva se andasse tenuto in casa o all’aperto, al caldo o al freddo. Si rendeva conto che se lo avesse preso con sé, lo avrebbe costretto a una lenta agonia, fino al giorno in cui, tornando a casa, lo avrebbe trovato privo di vita nella scatola di cartone. E di quella morte, ma soprattutto di quella ineluttabile sofferenza, l’uomo si sarebbe sentito responsabile. In più, l’uomo era in grado di capire come per quel povero uccello lui rappresentasse solamente un enorme predatore dal quale l’essere raccolto, chiuso in un contenitore e spostato in un appartamento, non sarebbe stato fonte di sollievo, ma soltanto di ulteriore terrore. Se d’altra parte lo avesse lasciato lì, l’uccello sarebbe di sicuro perito a causa del freddo, dell’inedia o peggio ancora per opera di un gatto annoiato; anche in questo caso la sua sofferenza si sarebbe protratta ancora per molti minuti, forse addirittura ore. L’uomo, a questa idea e alla percezione quasi fisica del processo mentale della piccola tortora che sapeva di stare per morire e lì aspettava, si sentiva male. Gli pareva quasi di percepire dentro di lui una angoscia acuta, come fosse lui stesso in balia di un essere enorme e potente e di un fato crudele.

All’uomo riaffiorò tuttavia in quel momento un ricordo: qualche mese prima aveva assistito a uno spettacolo strano e terrificante, ma che ora gli sembrava in un qualche modo sensato. Un volatile non identificato (era un Garrulus Glandarius, ovvero una ghiandaia, ma lui non aveva modo di saperlo) aveva spinto giù dal nido un altro “cucciolo di piccione” e beccandogli il collo gli aveva staccato la testa. Fatto questo, l’uccello si era posato su un ramo, iniziando a strappare piccoli lembi di carne rossa dal suo bottino. A quella vista l’uomo era rimasto orripilato, come rimane orripilato chi non è mai stato sottoposto in vita sua ai processi del mondo naturale. Ora però, quel gesto del volatile carnivoro si incasellò all’interno di un più ampio discorso riguardo la necessaria crudeltà della vita che gli si stava lentamente formando dentro. Quell’atto omicida gli sembrò ora una delle cose più vere e pure che avesse mai avuto modo di osservare; di sicuro la piccola tortora aveva fatto una brutta fine, ma questo era nel contesto del meraviglioso ciclo dell’esistenza, al punto tale che il comportamento della ghiandaia fu letto come un monito, come un oracolo in grado di agire da anello di congiunzione tra lui e il mondo del naturale.

Quell’epifania gli permise così di uscire dall’impasse creato dalla presenza della piccola tortora: senza più dubbi e con il cuore leggero, l’uomo raccolse il pennuto, lo guardò dritto nei piccoli occhi neri che gli parevano sapere già tutto, e gli staccò la testa con un preciso morso alla base del collo.

The jay

The man found a newborn dove in his garden, near the access gate. The man identified the bird as a “baby pigeon”, because he was not aware of the difference between pigeons and doves, although they populated in large numbers the same spaces he lived in.

The man could not keep going on his way, ignoring the little bird and to test its vitality he touched the animal with the tip of his shoe. When the bird opened its eyes and began breathing rapidly, the man experienced an ambivalent feeling of relief and frustration: would it be dead or nearly so, he would have surely felt a deep sadness but this would have been rapidly washed away by the necessary acceptance of the inevitability of fate of which, in that case, he did not have to be an actor. Now, instead, the man was called to action, or at least to the decision of the non-action. He knew that the possible scenarios weren’t comforting. Were he to choose to “save” the bird, the man didn’t know how to take care of it: he was ignorant of what kind of food would be appropriate for a “baby pigeon”, as well as the way to deliver that nourishment. He did not know if it had to be kept inside or outside, warm or cool. He realized that he would have condemned the dove to a slow agony till the day he would have found it lifeless inside the shoebox. And, of that death, but more importantly of that inevitable suffering, the man would have felt responsible. Moreover, he was able to understand how, for that poor bird, he only represented a big predator by whom, to be picked up, closed into a box and moved inside an apartment, would have not been a source of relief, but surely just one of more terror. On the other hand, leaving the bird there would have brought it to its death just as well, by the cold, starvation, or by the hand of a bored cat. This scenario, not unlike the other one, would have prolonged its suffering for many minutes, maybe hours. The man could almost directly experience the dove’s mental process, who knew it was about to die and there it waited, and the internal feeling of acute despair was his own as if it were him, and not the dove, to be the victim of a powerful and cruel fate.

But at that moment a memory surfaced from the depths of his mind: some months before the man had witnessed a strange and horrifying scene, which now seemed to make much more sense. An unknown bird (it was a Garrulus Glandarius or a jay, but he could not know) had kicked another “baby pigeon” out of its nest, and with powerful pecks to the neck, it had chopped the little head off. This being done, the bird flew up to a tree and started ripping off little flaps of red meat from its prey’s skull with the utmost simplicity. At the time the man had been horrified in the way that only who has never been subjected to the ferocity of nature can be horrified. But now, the jay behaviour perfectly placed itself inside a wider chain of reasoning that was just rising inside the man’s head about the necessary cruelty of life. That murdering act, completed with the total lack of feeling or cognitive process, seemed now one of the purest and truest things he had ever had the chance to witness. Surely the little dove had died poorly, but this was part of the wonderful cycle of life so much so that the jay’s behaviour became for him an oracle able to work as a link between nature and himself.

This epiphany allowed the man to solve the puzzle of the little dove: with no more doubts and a with a light heart, the man picked up the bird, stared right into its dark eyes that seemed already to know everything, and chopped its head off with a precise bite at the base of the neck.

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