Il re toro

La vita di un uomo scorre attraverso la clessidra del tempo come sabbia che passa veloce. E quando gli istanti si susseguono rapidi nel collo di vetro, separandosi come i granelli, diventano quasi visibili nella loro singola essenza, legati gli uni con gli altri in un fluire continuo di unici gesti. Ci sono granelli però che passano più pesanti e più lenti dei loro compagni; questi dividono un prima da un dopo e sono capaci di risistemare ogni simile che scese prima di loro, e di cambiare il modo in cui possono disporsi quelli che seguiranno.

Se la Dea verrà in mio soccorso, ascolterete narrati alcuni di questi granelli, ma soprattutto di quello più rilevante di tutti. Io sono Teseo, l’uomo che uccise la leggenda del Minotauro, il Mostro del labirinto.

Il poema della mia vita iniziò ben prima che la mia anima discendesse nel mondo, originando, come spesso succede, dalle azioni di un Dio capriccioso e di un uomo potente. Così contorte sono però le vicende che mi legano al Mostro e così forte è la corrente della storia che ha allestito il sipario dentro cui io ho vissuto, che quasi il mio cuore vacilla e la mente inciampa nel volerne trarre le fila. Ho giurato però che avrei raccontato, e così farò, afferrando il filo di questa storia e supplicando la Dea di condurmi per mano, accompagnandomi per il tortuoso cammino, lungo l’oscuro labirinto che è il nostro passato. Dove iniziare? Il filo si rivela una matassa, pieno di nodi e di cappi, e la storia sembra ripetersi sempre uguale a se stessa, quasi che a descriverla in uno qualsiasi dei suoi mille snodi si potesse già prevedere tutto quello che dopo sarebbe successo.

Ora basta, inizierò prendendo coraggio, e vi racconterò di quel viaggio nel buio palazzo da cui pensavo di tornare immutato e accresciuto solo di gloria e ricchezza, non sapendo che da un labirinto si esce soltanto perdendosi dentro di sé.

Anticamera

Da Zeus prendemmo la vita noi comuni mortali, e da Zeus iniziò il percorso che guidava me e gli altri ateniesi nel palazzo che ospita il Mostro. Una statua ci fissava all’ingresso, contornata da ori e disegni preziosi a formare saette e costellazioni lontane. Ci guardava quel Dio, e con un dito ammoniva chiunque restituisse lo sguardo passando la porta del labirinto. Ma ecco che una stanza enorme ci accolse, ripiena di una luce brillante; ancora non eravamo nel regno del Minotauro, ma in un mondo di mezzo tra quello dell’uomo e la dimora del Mostro. Sulle pareti dell’ampio salone tutta la storia di Creta era dipinta da mani d’artista, e questa si srotolava davanti ai miei occhi raccontando di azioni passate. Mi addentrai seguendo la guida di quei disegni precisi, lasciando indietro i compagni; io ero forte e sicuro del mio valore, sapevo di esser capace di tagliare d’un colpo il tronco di un giovane ulivo, e di poter abbattere con la volontà tutti i muri di quel buio palazzo. Avrei ucciso il Minotauro senza esitare, come già avevo privato della vita molti avversari prima di lui. Bramavo di esser condotto più presto possibile al cospetto del mio nemico e con passo veloce avanzai.

Quelle figure dipinte sul muro rendevano chiaro che Ananke sussurra il fato degli uomini attraverso la storia, che va letta come l’oracolo di ciò che accadrà poi nel futuro. Ecco quindi che subito un toro veniva dipinto, ma questi non era il Minotauro, ma un essere che celava il Dio del fulmine sotto le spoglie di un animale. Quell’essere stava ammirando una donna bellissima dall’ampio e tenero volto; era Europa, figlia di Talefassa e del re di Tiro, nelle cui vene scorreva il sangue salato di Poseidone. Il Dio ingannò la fanciulla e la indusse a concedersi al suo desiderio, presentandosi maestoso nella forma di un bianco bove mansueto e vincendo della giovane la timidezza. Questa è mostrata lanciarsi ignara in un’avventatezza a salire sulla groppa del Dio che in un lampo la trasporta lontana sull’acqua, ponendo il mare tra lei e la sua terra. L’artista ritrae quindi le spiagge di Creta, sopra cui giacciono distesi gli amanti, dalla cui unione nacquero poi Minosse e i suoi fratelli minori.

Ormai la stanza avevo percorso fino alla fine, e una svolta fui costretto ad effettuare per seguire quel racconto che emergeva dal muro. Questo ritraeva Europa che si insediava nell’isola vasta, e dove non fu mai ritrovata dai parenti che viaggiando nel mondo, alla ricerca della sorella perduta, crearono altre storie e altri miti che sulla parete si diffondevano come le onde sull’acqua colpita dal lancio di un sasso.

Attraversai una bassa parete, con la luce che iniziava a scemare, e in una stanza più piccola di quella di prima continuai il mio discendere dentro al palazzo. I dipinti si fecero d’oro come per farsi vedere nel buio che cresceva nell’aria. Mostravano ora una regina sul trono: era la ragazza rapita di prima, diventata ormi una giovane donna che teneva per mano il grande Asterione, che era dell’isola il re. Davanti a quegli occhi che mi guardavano fieri, fui invaso da una stima profonda verso chi aveva saputo mutare un torto subito in un futuro fecondo di gloria. Una nuova energia mi invase le membra e cominciai a correr veloce davanti a quei muri che raccontavano storie, deciso a indurre poeti e pittori a scrivere pure la mia insieme a quelle che stavo guardando.

Mi trovai quindi davanti a varie aperture, e il filo che collegava i disegni si divideva tratteggiando diverse vicende e portando verso più corridoi. Io seguii il ramo che mostrava Minosse e come negli anni questi divenne un uomo potente fino a sedere sul trono dell’isola. A seguire la scena di un rito era resa con mille dettagli e mostrava un giovane re di fianco allo zio Poseidone, protettore di quella terra circondata dal mare. L’artista aveva reso con cura il volto di quel nuovo sovrano che era Minosse, sul quale si leggeva la voglia di conquistare il suo popolo che lo respingeva: lui era estraneo e proveniente da un continente lontano, e suscitava l’invidia in quelle genti che stimavano più la purezza del sangue che la vita condivisa giorno per giorno. Per questo il re chiese al Dio di mostrare la sua protezione, come segno sicuro del suo diritto di successione.

Quelle scene e quanto seguì mi resero chiaro che gli Dei ascoltano le nostre preghiere, ma i loro occhi che vedono tutto sanno scorgere anche cosa giace nel fondo del cuore di colui che li invoca con troppa insistenza, e la loro risposta è spesso una dura lezione mascherata da dono prezioso. Che lo facciano per punirci o per mostrar la miopia dei desideri dell’uomo, dire non posso, ma so che anche Minosse fu punito attraverso una preghiera esaudita: Poseidone gli inviò un toro magnifico reso sul muro con mille pietre preziose. Ecco che ancora il simbolo di forza e potenza emerge nel passato per cantare il futuro. Un toro di nuovo, in un circolo senza fine né inizio che, come una ruota, ci trasporta in avanti senza spostarci di un braccio lungo il percorso. L’animale era enorme e in grado di soffiare lingue di fuoco dalle narici: era il segno del favore del Dio su Minosse, e del potere del suo regno futuro.

Il re avrebbe dovuto sgozzare però il bove in onore del sovrano dell’acqua, perché il toro gli era stato donato non per aggiunger ricchezza, ma come simbolo della forza del re sopra al suo popolo, e come tale andava ridato subito al Dio che era il suo vero padrone. Chi è saggio sa che ogni potere è dato all’uomo soltanto in concessione, ma Minosse si fece abbagliare dalla fiamma della cupidigia e tenne il toro per sé, volendo far suo quanto gli era stato soltanto prestato, confondendo un dono con diritto e non sapendo legger le azioni del suo protettore.

L’errore di quel sovrano, che è ritenuto da tutti il più saggio, mi fece sorgere il dubbio che anch’io come lui avessi negli anni offeso gli dei, accecato dai miei desideri. Mi chiesi a quel punto e per la prima volta se stessi compiendo quella missione per vanità o piuttosto per aumentare di un poco il buono nel mondo. Ero ancora all’inizio della discesa e l’orgoglio mi oscurava i pensieri, non avendo ancora quel labirinto messo alla prova quanto serbavo nel fondo del cuore.

Continuai a camminare nello spazio che si faceva più cupo, ed ecco che una fiaccola apparve per farmi da guida. Alla luce danzante del fuoco vidi le immagini che parevano muoversi, e in queste il Dio Poseidone era dipinto punire quel re impertinente per mostrare agli essere umani che tutto sfugge alle mani di chi troppo vuole afferrare. Gli impartì una dura lezione, togliendogli di quanto più intimo aveva, ovvero l’amore della sposa Pasifae. Il dito del Dio si posò sul cuore della regina che iniziò senza pudore a bruciare di passione violenta per lo stesso toro donato al marito.

Distolsi lo sguardo dalla scena in cui si mostrava quella lussuria deviata, saltando diretto al punto in cui il Mostro era ritratto bambino, come chimera dal corpo di uomo e testa taurina. L’artista aveva reso quel piccolo corpo con colori sgargianti e si era impegnato a mostrare la violenza crudele che lo pervadeva attraverso azioni malvage. Ed ecco che il sovrano lo chiuse nel profondo palazzo destinando quell’essere doppio a sfamarsi per tutta la vita di quel tipo di orrore e di solitudine del diverso che viene cacciato. Vedendo quel corpo pauroso, ma ancora infantile per dimensione, gettato nell’ombra, fui preso da compassione, un sentimento raro al mio cuore. Era sorto però da una somiglianza tra me e il Minotauro: anch’io come quel piccolo Mostro conobbi crescendo scarse gocce d’affetto, non perché fossi un violento, ma perché chi mi allevò volle temprarmi lo spirito volendomi futuro sovrano. Così mi fu scritto sul corpo e sull’anima, al fine che lo ricordassi, che i difetti del popolo non sono corretti da dolci parole, ma vanno puniti con pugno di ferro. Un altro punto ci congiungeva: come al Mostro mancò di un uomo che lo generasse anche io ero stato privato della guida paterna. Egeo, re di Atene, era giaciuto con la donna che mi diede i natali, ma altro non aveva fatto, abbandonando mia madre con in grembo un figlio da crescere, sulle cui spalle posò pure il fardello della promessa di un regno futuro. Mi ero bloccato a fissare quell’arte sul muro che mi faceva da specchio, ma a quel punto il mio addestramento ebbe la meglio: strinsi la fiaccola e procedetti, sapendo che avvicinare il cuore al nemico frena la spada e piega le gambe.

Continuai a seguire il percorso guidato dalle immagini che scorrevano quanto un fiume ad aprile e mostravano come Minosse splendesse per arguzia nell’arte politica. Vidi sul muro come quest’uomo seppe riscrivere i versi del poema che narra gli eventi, e quando i cittadini di Atene gli uccisero il figlio Androgino suo prediletto, il re trasformò l’orrore della morte del principe e la macchia dell’esistenza del Mostro in un’arma potente per governare con pugno di ferro le terre bagnate dal ricco mare dei padri. Così comandò che per punizione la pancia del mostro bastardo fosse nutrita con la carne dei figli di Atene, obbligati a inviargli ogni anno sette fanciulli e sette fanciulle per calmare la fame di sangue del mostro taurino. Questo fu fatto per ricordare a tutti i rivali che, come quei giovani, anche la loro città poteva essere in qualunque momento inghiottita dal potente regno del figlio di Zeus. Quasi mi parve, ad osservare con attenzione, che tra quelle figure dipinte ci fosse anche la mia, pronta ad imbarcarsi per questa avventura. Quei disegni erano però antichi e di sicuro non poteva il pittore conoscere quali fossero le mie esatte fattezze. Questo mi preoccupò ancora di più: forse ero anch’io, come tanti uguali prima di me, venuto sognando la gloria, ma poi scomparso senza una traccia dentro la pancia del Minotauro.

Superai una porta adornata, e mi trovai in uno spazio senza più nulla, e quando la fiaccola prima tremò e poi con un guizzo svanì, mi ritrovai all’inizio del labirinto avvolto in un buio che sapeva di morte.

Il labirinto

Avevo passato la vita ad allenare forte il mio braccio, ma chi mi crebbe non tralasciò di temprare con corpo anche la mente. Non ero impaurito dal buio e sapevo come procedere, perché ero sicuro che Atena mi avrebbe guidato lungo il cammino. Mossi le labbra pregando la Dea, le chiesi di calmare ogni passione e che la ragione, che tutto credevo potere, prendesse la guida dentro di me. Questo era stato un caposaldo del mio allenamento, ed ero stato cresciuto con questa pretesa: che io sapessi governare il fuoco dei sentimenti per riuscire con l’intelletto a posare la mia volontà sopra le genti del mondo, imparando in ogni occasione ad agire e a discernere il bene dal male. Mia madre che mi aveva insegnato, voleva che io diventassi la legge e l’istituzione e mi facessi giudice sopra gli uomini. Riuscì nel suo intento, e le sue preghiere furon esaudite: Pallade piena di grazia mi concesse la sventura di vedere il mondo con gli occhi di chi crede di poterlo aggiustare, e di chi ha la certezza di sapere come disporre i pezzi del caos che si trova davanti. Il caos tuttavia non avevo di fronte, quanto più un buio infinito, così scuro che solo sbattendo le palpebre sapevo di stare guardando l’esterno e non dentro di me. Scoprii presto che tutto il valore nulla poteva dentro quel dedalo stretto che si serrava sopra di me, come si chiudono le palpebre dell’uomo che scivola lento preso dal sonno. E un sogno credo iniziò, perché i corridoi stretti del labirinto non mi paiono ora, a rievocarli, un luogo che esiste davvero nel mondo, ma meglio un percorso che mi guidò nelle oscure stanze della mia mente, dove mai prima d’allora avevo avuto motivo di scendere. In questo cammino procedetti a tentoni, tornando a camminare come i bambini che pongon le mani prima dei piedi. Con tale andatura non mi era di nessun utilizzo né la clava sottratta al mio primo nemico, né la spada lasciata dal padre. Queste nel tempo mi eran servite per sporcarmi le mani di rosso uccidendo briganti, mostri e assassini, per ripagarli della loro stessa violenta moneta. Non avevo esitato mai neanche un istante, tanto sicuro ero d’esser nel giusto, perché la giustizia è semplice per chi non si pone domande. Ora che le pareti si stringevano intorno al mio corpo, come se l’intero palazzo si stesse adattando alla mia posizione carponi, quegli oggetti mi erano inutili. Poco più avanti fui addirittura costretto ad appoggiarmi sul ventre e ad iniziare a strisciare per essere in grado di avanzare lungo quel buio cammino.

Quasi mi parve che la struttura del dedalo volesse dirmi qualcosa: mi aveva fatto partire da un ampio salone, grande quanto il mio ego al momento in cui intrapresi la strada diretto ad Atene, pian piano si era abbassata la luce e lo spazio che mi circondava, quasi il palazzo volesse costringermi a contenere e costringere il mio orgoglio eccessivo. Ora mi stava facendo strisciare, come un verme che smuove la terra. Non ero più il figlio di Egeo ricoperto di doni preziosi che stava compiendo un’impresa da eroe, ma un qualunque figlio di Zeus, costretto al lottare umilmente per portare avanti di un palmo la propria esistenza.

L’incontro con il Minotauro

Avete chiesto che vi raccontassi l’incontro col Minotauro, sperando di sentir cantare nei versi dell’epica lotta del bene col male, ma questo non fu. Fu qualcosa di altro, e anche se una battaglia di certo si tenne a lottare non intervennero i corpi.

Il tunnel nel quale stavo avanzando da prono mi espulse di colpo come fosse un ventre di madre. E come la prima volta che vidi la luce, ero ora nudo e in balia di forze più grandi di me. Se quando però ero bambino ad attendermi furon le braccia di una nutrice, al centro di quell’oscuro palazzo dove m’ero calato ecco che lì mi aspettava il re sotto forma di toro.

Sì, re, perché il suo aspetto era degno di un sovrano o forse di un dio, e niente rassomigliava all’immagine che mi ero fatto di lui quando ancora il sole mi scaldava la pelle fuori da quel labirinto. Bianco come il magnifico bove che gli diede la vita, nudo e spendente come il più saggio dei figli di Gaia. Si appoggiava leggero sul marmo di quella stanza profonda che riluceva della sua sola presenza, vuota, occupata da nient’altro che il suo essere immobile, fisso come chi si trova al centro del firmamento e tutto fa girare intorno al suo perno.

Non si mosse quando arrivai, perché forse non ero ancora giunto al suo cospetto davvero, dato che un muro invisibile, l’ultima parete del labirinto, si alzava tra noi e ci separava. 

Sentii una voce che disse: “Il toro, il toro è la fonte di ogni dolore. È il mostro animale che giace nel profondo dell’animo umano. Uccidilo! Uccidilo per gettar le fondamenta di un’era nuova e grandiosa, della quale tu solo sarai padrone e sovrano”. Non so da dove venisse, ma fui preso da una grande emozione. Ecco ero pronto a combattere, ma il mio corpo non volle reagire. Provai a dimenarmi volendo usare la spada, ma a nulla serviron i miei sforzi e quando calai gli occhi ai miei palmi, li vidi macchiarsi di sangue. Si alzarono poi tutt’intorno urla tremende, e fantasmi di vecchi nemici comparvero dal buio dell’Ade, mi corsero intorno con le membra mozzate e i crani aperti dal colpo della mia mano che avevo abbattuto su quelle povere vite credendomi giudice e giusto. Una morsa mi si strinse sul cuore e dovetti gridare: “Erano mostri! Assassini, ladri di professione! La giustizia clemente non ha posto nel mondo. Chi uccide dev’essere ucciso, chi ruba va giustiziato”. Così mi era stato insegnato e sembrava volessi dirlo a quel Dio che avevo di fronte quasi dovessi chieder perdono per ogni mia colpa, colpa che solo ora sentivo e che fino ad allora mi era parsa una legge sovrana. Ma il Toro non diede che un colpo di coda, e tanto bastò per farmi capire quanto era assurda la mia affermazione e quanto strano fosse che mai prima d’allora avessi intuito che lo zolfo gettato sul rogo non fa che alzare le fiamme. Forse già serbavo nel cuore il seme del dubbio che i giusti sono solo violenti protetti attraverso una legge scelta dai più, ma il Toro me lo rese palese magicamente, attraverso la sua sola presenza.

Passarono anni o forse solo pochi minuti nei quali mi parve d’esser pervaso della luce che emanava quel Dio. In ogni mia fibra del corpo una lotta si tenne tra quello ch’io ero, povero uomo, e l’essenza doppia del Minotauro che provava ad entrare dentro di me. Questi pareva mischiare quanto di buono poteva trovarsi nel regno animale e insieme nei popoli umani: non era un uomo con la testa bovina pervaso da passioni brucianti, ma un essere che la pace aveva trovato unendo ragione e istinto ferino. Da quella saggezza profonda tutti i gesti del mio passato furon vagliati e mi parve palese quanto avevo fatto di male nel corso della mia vita. Un’angoscia e un dolore mi prese, e la mia anima cercò di lottare, perché il Minotauro mi stava guarendo, ma era aspra la sua medicina. L’uomo nulla vuole lasciare di quanto faccia parte di lui, neanche quando perder quel pezzo nero e avvizzito gli permetta di continuare più leggero il cammino.

Volli chiedergli allora: “E tu, che mi stai giudicando, perché ti cibi di corpi dei miei concittadini. Non sei quindi anche tu un assassino?”. Fu allora che il toro alzò dritto lo sguardo verso di me e vidi dentro quegli occhi bovini l’anima grande di un animale. Quello sguardo rifletteva la mia intera figura e quando mi scorsi dentro la sua vasta pupilla e vidi il mio corpo mortale nato da donna e presto pasto dei vermi, sentii che il velo invisibile che ci separava ero io ad averlo innalzato, e subito cadde sparendo per sempre. Fui allora preso da mille emozioni che erano mie ed insieme del Dio. Sentii la paura antica di esser rinchiuso, la fame vorace dell’abbandono, il desiderio di libertà, e infine una pace senza confini sorse dentro di me. Pian piano i pensieri volavano via, sostituiti da una sapienza del corpo che sapeva quanto c’era da fare: mi avvicinai al Minotauro che continuava a guardarmi tranquillo, e senza più la superbia che mi aveva pervaso per tutta la vita, mozzai la testa di quel Dio e fratello che mi aveva così liberato, restituendo anche a lui la libertà.

Non issai le vele bianche della vittoria tornando dal padre nella via del ritorno, perché Re Toro non era perito sotto il mio colpo, ma abitava ora dentro di me.

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