Sentivo i loro denti sbattere, grattare sulla parete da giorni

Nota rinvenuta in una cascina abbandonata, fuori dal perimetro del paese ***. La scrittura è minuta ma per la maggior parte leggibile, il foglio è ingiallito, lacero, nascosto tra due pietre della costruzione in rovina. Pare una pagina di diario. Non si legge la data.

“Le pecore avevano molta fame. E anche io. Ancora. Di nuovo. Sentivo i loro denti sbattere, grattare sulla parete da giorni. Da giorni! Un suono orrendo… Come quello del mio stomaco. Non facevano latte da settimane. Dio mi salvi… da me… da queste bestie putride.”

La scrittura è marcata, pare incisa sul foglio.

“Basta!”

La parola è trascinata sul foglio, come in un grido continuo che non si spegne.

“Neanche Arka riusciva più a tenerle a bada. Dovevo portarle al pascolo, dovevo farle muovere, dovevo farle mangiare, riempirsi la pancia. Dovevo farle uscire di lì, altrimenti sarei impazzito, sarei morto. Sì, sarei morto! Non vedevo nessuno da tantotempo, da quando… Ma poi ha chiamato quel ragazzo. Parlava veloce, sembrava un bravo ragazzo… non capivo tutto quello che mi diceva. Un bravo ragazzo, sì. Così gli ho detto di venire su, così avevo il motivo di recarmi al pascolo. Ma non sapevo cheavrebbe portato la moglie, non lo sapevo. E non sapevo del bambino, non me lo aspettavo, non me lo aveva detto. Gli ho dato l’indirizzo e siamo partiti in mezzo al bosco. Erano lenti, lui si girava continuamente a guardare lei che rimaneva indietro e faticavasul sentiero. Le pecore invece no. Le pecore avevano capito e si sono lanciate in su, come rincorse da un branco di lupi. Il loro cane non capiva, girava caotico ai loro piedi, andava avanti e indietro, avanti e indietro. Il loro cane non è come Arka. Arka sa cosa fare.Arka conosce le pecore, conosce il bosco, conosce l’anima del gregge. Conosce me.”

La scrittura si interrompe un attimo, lasciando uno spazio, come se lo scrittore avesse preso una pausa, o si fosse fermato a pensare. La penna è pesante sull’ultima lettera e l’inchiostro si è espanso sulla carta gialla.

“Cercavo di essere affabile. Gli ho spiegato del gregge, dei movimenti che deve fare il cane per raccoglierlo, per spostarlo, gli ho parlato del legame con il padrone, della disciplina, dell’inclinazione delle diverse razze. Mi tremava la voce, ma non credo se ne siano accorti. Avranno pensato fosse la salita. Loro sudavano. Anche io sudavo, un sudore freddo che ho ancora addosso, un sudore cattivo… Dio mio, perdonami.”

Il foglio è macchiato a questo punto da gocce d’acqua che rendono illeggibile alcune parole, dissolte in macchie opache.

“Siamo arrivati su, allo spiazzo. Le pecore erano già lì. Brucavano compatte e ci guardavano di sbieco. Ci guardavano… con i loro occhi vuoti, le pupille slabbrate e nere. Non ci perdevano di vista un secondo. Il ragazzo voleva però vedere Arka al lavoro. Sperava che il suo cane la imitasse, che imparasse a portare il gregge. Io non volevo. Non volevo. Tremavo. Ero riuscito a resiste per giorni, settimane forse. Non so. Ci avevo provato. Lui parlava, sorrideva. Abbracciava la moglie. Lei si teneva la pancia, era gentile, accarezzava il cane. Si vedeva che era stanca, ma sembrava contenta, era gentile. E si teneva la pancia. Mi piaceva. Non volevo che fosse lì. Non avrei voluto che ci fosse anche lei. Pensavo ci fosse solo il ragazzo e il cane e che sarebbe stata una cosa veloce. Invece era venuta anche lei, e sorrideva, sorrideva. Gli ho fatto vedere i movimenti come mi ha chiesto il ragazzo, con Arka che oscillava veloce intorno al gregge per compattarlo e seguire i miei ordini, come solo lei sa fare.Mi ha chiesto di provarci anche lui e ho acconsentito. Il sole era ancora alto e mi serviva tempo. Le pecore non si sarebbero mosse dalla radura ancora per un po’, e a me serviva tempo.

A fianco al testo, difficili da decifrare, sono annotate alcune esclamazioni mozze, come se fossero scappate dalle righe principali: “Dio mio!”, “tempo, tempo, tempo”, “il bambino”, “sorride”.

“Li ho ascoltati, abbiamo parlato, ci siamo seduti sull’erba. Il loro cane non aveva nessuna voglia di avvicinarsi alle pecore e se ne stava alla larga, invitando i padroni a seguirlo. Mi ringhiava. Forse aveva capito. Loro erano affascinati dalla vita di montagna, continuavano a chiedermi della mia giornata, di come fosse fare il pastore. Pazzi! Non avevano la minima idea di cosa voglia dire fare il pastore e gestire quelle orride pecore! Da solo… solo con le pecore e quel cane schifoso, che abbaia tutta la notte… E quei denti che grattano, i belati cattivi… malvagi…

Il foglio pare pugnalato e dove la penna lo ha colpito rimangono piccole chiazze nere.

Ce l’ho fatta però. Ho fatto venire sera. Quando il sole è sceso sotto la punta noi eravamo ancora lì. In quel momento è venuto freddo di colpo. Mi si sono induriti i muscoli. Sapevo che stava per succedere. Come tutte le altre volte. Tutte…

La parola è cerchiata e sottolineata, fino quasi a scomparire.

E le pecore si sono avvicinate. Arka è scappata, ma il loro cane no. No, si è messo ad abbaiare, ma i due ragazzi non hanno capito. Non hanno visto. Ho ancora in testa le parole della ragazza, dette con un sorriso: “Che freddo”. Non guardava le pecore avvicinarsi. Forse se ne sono accorti dalla mia espressione però. Il ragazzo si è girato, ma era troppo tardi. Le pecore erano già lì, già addosso alla donna. Ha iniziato a urlare. Dio mio… quell’urlo. Sono scappato. Non sono riuscito a rimanere a guardare. Non questa volta. Perdonami… perdonatemi. Ma le pecore avevano fame…

La nota finisce. Il fondo alla pagina è segnato da una linea discontinua, come se l’autore avesse lasciato scivolare la penna.

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