Canaacciu o l’Asciugamano

Antonio aveva sempre creduto che la violenza si tramandasse di generazione in generazione, e che a questa non vi fosse scampo. Su tale convinzione aveva basato tutta la sua vita, ed era sconcertante come una simile certezza cominciasse a scricchiolare proprio in quel momento: da circa dieci minuti si era infatti rifugiato dietro la scrivania del suo laboratorio, per sfuggire ai colpi di mitragliatrice esplosi da sicari sconosciuti. 

Per più di trent’anni aveva ritenuto che la brutalità fosse come un gene alterato, trascritto nel profondo dell’animo umano, passato da padre in figlio attraverso il lungo flusso di botte, urla e abbandoni che percorreva la storia dell’umanità. Lui, fin da piccolo, si era visto come una delle anime immerse irreversibilmente in quel torrente di dolore. Crescendo, aveva trovato strategie solo temporanee per anestetizzare la ferita che gli marciva dentro: oggetti nuovi, canne e cocaina, orgasmi, macchine di lusso, autolesionismo. Fino a quando era approdato a qualcosa che scoprì essere molto più efficace per placare il suo animo e che, soprattutto, gli veniva molto bene: praticare la violenza su altri esseri umani. Poco importava se a sua volta contribuiva a diramare il fiume della brutalità in un delta sempre più ampio, con il bilancio del dolore che si chiudeva inevitabilmente in positivo, anno dopo anno. Infliggere dolore agli altri, sedava il suo, e tanto gli era sempre bastato. 

Dopo l’adolescenza si era quindi attrezzato a rendere redditizio quanto la vita gli aveva offerto in misura maggiore, facendone un mestiere. Con il tempo, come ogni buon artigiano, aveva affinato i suoi metodi, arrivando a conoscere esattamente come far male e dove far male, rispettando tempi e attese, con un intuito innato nel leggere il punto di rottura della sua vittima. Sapeva torturare una persona per farla parlare, ma anche farla a pezzi in modo coreografico perché fosse di esempio, a seconda di cosa gli chiedesse il cliente. Il suo metodo preferito, diventato un marchio di fabbrica, gli era anche  valso il soprannome di “Canaacciu”, con il quale era ormai noto nell’ambiente e che in qualche regione del centro Italia significava “asciugamano”. La procedura prevedeva che Antonio infilasse un panno imbevuto di acqua, colla e sale nella gola della vittima, spingendo di forza la stoffa fin dentro l’esofago; quando il malcapitato stava per soffocare, nelle convulsioni date dalla mancanza d’aria e dai conati di vomito, il panno veniva strappato via con un unico colpo, portandosi dietro parti della mucosa delle vie digestive e alcuni denti. L’operazione non solo era estremamente dolorosa, ma la specifica combinazione data dalla sensazione di soffocamento e di pressione interna, unita alle fitte lancinanti degli organi che si strappavano, era così violenta che ogni persona che l’aveva sperimenta si era ritrovata  a fornire qualsiasi informazione le venisse richiesta, senza esitazione. La raccolta della confessione, tuttavia, era sempre stata per lui un momento spiacevole, poiché demarcava il punto in cui la dissociazione cominciava a dissiparsi, e la realtà riemergeva dalla nebbia oltre la quale era stata nascosta durante il lavoro. Arrivati a quella fase, Antonio si limitava a gettare in terra gli strumenti, lasciando al suo aiutante il compito di trascrivere e ripulire.

Aiutante che,  adesso, stava riverso a terra con la testa aperta in due e lo fissava vitreo, assorbendo in guizzi convulsi le pallottole che continuavano a piovere tutto intorno, sparate da nemici che non era ancora riuscito a identificare. 

Antonio aveva lavorato un po’ con tutti, dai casalesi alle milizie private, dai cartelli messicani del narcotraffico alla mafia cinese. Perfino la CIA lo conosceva e gli aveva affidato un paio di incarichi. Non sapeva chi,  tra questi, avesse deciso  che la sua professionalità non era più gradita, o se le persone che gli stavano scaricando addosso un caricatore dopo l’altro fossero solo mosse da un desiderio di vendetta personale: magari qualche parente, o marito o madre di una delle sue vittime. Ma poco importava.

I proiettili che gli fischiavano attorno erano solo il ritorno  dell’elastico di sangue che aveva teso per tutta la vita, consapevolmente e con metodo. Per questo accettava placidamente la situazione, che conosceva e che aveva già vissuto più volte. Ma a bloccarlo era una nuova strabiliante percezione: se il suo corpo sapeva cosa fare – e quasi lo sentiva fremere per cogliere i momenti di pausa tra i colpi per balzare fuori e difendersi – percepiva ora, nell’animo, una sensazione mai provata, che quasi assomigliava alla pace, ed era talmente inaspettata da lasciarlo paralizzato in una sorta di estasi. 

Quella piccola luce gli apriva nella mente una nuova possibilità: l’idea di un’esistenza placida, serena, fatta di momenti di tranquilla felicità. Come una lampadina accesa in una stanza buia, l’intuizione che forse poteva esistere una via di  scampo dalla sua condanna, stava ora illuminando tutto il suo animo. 

Ogni essere umano trova giustificazioni diverse per dar senso alla propria esistenza; giustificazioni nate da piccoli stimoli ricevuti in momenti particolari della vita, e capaci di attivare uno specifico circuito del piacere che servirà da stella polare per navigare, da quel momento in poi, nel mare infinito delle piccole scelte quotidiane.  Spesso non sono grandi eventi o ragionamenti complessi, ma minuscole schegge che si incastrano tra i neuroni, dando il via a una cascata di pensieri nuovi e di nuove emozioni. Per Antonio era stato il semplice sorriso di una donna intravista oltre la vetrina del suo laboratorio, che si era girata verso di lui, schiudendo le labbra in un’espressione di dolce sorpresa, proprio pochi istanti prima che le pallottole iniziassero a fischiargli attorno. Un sorriso come forse ne aveva visti tanti, ma che per qualche motivo aveva spalancato le porte di un mondo parallelo, o un futuro, fatto di calore e intimità, di giornate luminose e serene tra le braccia di quella persona.

In ultimo, però, non fu suo destino sfuggire alla violenza. Quello che successe può essere letto come un gesto beffardo o clemente del fato, a seconda della propria inclinazione: l’esplosione, causata da una bombola di metano colpita da uno dei mille proiettili sparati nella stanza, lo carbonizzò all’istante insieme ai suoi assassini. 

Antonio non ebbe quindi accesso al suo sogno di pace, ma almeno si può dire che sparì in un ultimo istante di estasi. Un piccolo punto in meno nel conteggio totale del dolore del mondo.

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