C’era un paesino diroccato, abbandonato su una collina. Era disabitato da tanto tempo, per un antico terremoto, o per altri motivi ormai dimenticati. In questo paesino abitava solo un uomo vecchissimo, che lo occupava come un animale selvatico occupa una tana in un bosco. Quest’uomo era un pittore e passava le giornate a guardare il cielo, appoggiando strati di colore che mutavano con le ore, di giorno chiari e di notte scuri. Riempiva un’unica tela di paesaggi vuoti, continuamente mutevoli e fatti d’aria, il cui unico elemento, oltre allo spazio immenso sopra la sua testa, era una ragazza ritratta piccolissima che fissava gli occhi in alto, testimone di quel costante cambiamento cromatico.
In quel paesino ci arrivò un giorno un bambino: era in vacanza dalla nonna e nella noia dei lunghi giorni d’estate aveva preso la via del bosco, arrivando dopo un lungo cammino in quell’agglomerato di case. Si era poi messo ad esplorarle, con la curiosità fresca e inestinguibile della giovane età, scorgendo infine l’uomo, immobile davanti alla sua tela che mostrava un cielo in quel momento turchese. Dopo una lunga osservazione aveva preso coraggio e si era avvicinato, curioso di vedere da vicino l’opera che lentamente veniva prodotta sotto i suoi occhi. Con sorpresa l’uomo si era girato di scatto, afferrandolo per un braccio e guardandolo dritto negli occhi. Il bambino si era spaventato a morte di fronte a quelle fessure scure che lo scrutavano immobili, ma non aveva avuto la forza di liberarsi. L’uomo disse: “Portami della sabbia. Vai al mare e portami un pugno di sabbia”. Lo aveva poi lasciato, tornando a voltarsi verso la sua tela, come se nulla fosse successo. Il bambino lo aveva fatto, vincendo la paura che gli tremava nelle ossa, senza neanche sapere bene a cosa dovesse quell’obbedienza. L’uomo, quando ottenne ciò che aveva chiesto, disse al bambino di appoggiare la sabbia di fianco al piatto dei colori e non aggiunse altro. Il bambino si allontanò, fidandosi ancora poco di quel signore capace di scattare dal nulla a dargli ordini perentori, e si mise qualche metro distante a osservarlo, accucciato sopra un muretto sgretolato. La sabbia rimase dove lui l’aveva lasciata per tutto il giorno, e solo quando il sole cominciò a tramontare l’uomo parve interessarsene. Si liberò le mani, sciacquandole in un catino di acqua accanto a lui, e ne prese un unico granello, scelto con cura dal cumulo di arenaria lasciato dal ragazzo. Quel piccolo cristallo fu collocato in un punto preciso della tela, incastonato nello spesso strato di colore. A quello ne seguirono molti altri e, piano piano, sulla tela cominciò a delinearsi un ricco cielo stellato nel momento stesso in cui esso sorgeva: ogni grano di sabbia era un astro che insieme a mille altri formava la pallida striscia lattiginosa della nostra galassia. Il bambino rimase ad osservare la creazione di quel cielo, che era il riflesso dell’altro più lontano e freddo, preso da una meraviglia che gli impediva di andarsene. Si addormentò lì, sul muretto, a pochi metri dall’uomo che continuava la sua creazione ininterrotta.
Quando si svegliò, del pittore non c’era più traccia. Era rimasta solo la tela, che stava già schiarendo nell’alba del giorno, e nient’altro. Il bambino si avvicinò, vedendo con chiarezza per la prima volta la figura della ragazza, ritratta a fissare i suoi granelli di sabbia diventati stelle. Pareva quasi che queste si riflettessero negli occhi della giovane, ognuna singolarmente, senza eccezione. Il bimbo continuò a guardare, non più il cielo a quel punto, ma le iridi della giovane, dove gli sembrò fosse contenuto tutto il firmamento. E più rimaneva lì a contemplare quello sguardo, più nasceva in lui la sensazione che dentro quegli occhi ci fosse riflesso anche lui.