Si dice che, una mattina di primavera di molti anni fa, il professor Willox decise di diventare un salice, radicandosi nel giardino del campus di fianco all’edificio di lingue nordiche, sul versante esposto al sole.
Nessuno si arrischia a descrivere nel dettaglio la strana trasformazione, ma la leggenda narra che in occasione della sua festa di pensionamento, dopo aver rifiutato i regali di cortesia, il professore promise, in tono criptico, che tante generazioni di studenti avrebbero studiato ancora sotto il suo sguardo. Si dice poi che fosse uscito solennemente dal salone apparecchiato a festa, per allontanarsi con calma verso il crepuscolo, lungo il viale di ghiaia. Alla mattina un giovane salice sarebbe spuntato proprio nel punto in cui il vecchio professore era solito consumare il pasto durante le giornate di sole. Lungo le radici dell’albero pare siano stati rinvenuti i brandelli della giacca di quell’uomo posato, mentre il suo cappello ondeggiava nel vento, impigliato tra i rami più alti. C’è chi dice che in quei primi giorni, a strizzare bene gli occhi, i nodi e le venature del tronco ricordassero la sua faccia lunga e pacifica e che il vento, muovendosi tra le fronde, avesse la tonalità stirata della sua voce.
Questa leggenda è una componente talmente consolidata della mitologia della nostra università che ormai anche il ricordo che io stesso ho del professore ne è stato modificato. Le immagini nella mia memoria si riempiono di piccoli indizi suggeriti da questo racconto: i lunghi capelli fini che gli penzolavano ai lati della faccia bitorzoluta si trasformano così in morbide fronde vegetali e le perpetue eruzioni che gli ricoprivano il naso curvo le ricordo ora come placche di giovane corteccia in formazione.
Ovviamente questi sono solo scherzi della mia memoria e sono ben consapevole che tutta la storia sia solo una leggenda che si racconta nelle serate d’inverno tra vecchi colleghi, una storia che serve più che altro da esca per i ricordi dei nostri anni da studenti. È anche il tipo di diceria che il vecchio professore avrebbe respinto con un colpo di spalle e una risata beffarda, senza neanche alzare gli occhi dal libro che stava leggendo. Credo però che, come tutte le leggende, anche questa abbia qualcosa di vero, e che la vita del professor Willox abbia davvero lasciato un segno qui all’università, un segno che permane, come un fantasma buono, tra le aule e gli spazi del nostro campus. Il salice è probabilmente solo il luogo che abbiamo scelto per incarnare quel fantasma e poterlo sentire più vero, un simbolo capace di ancorare alla realtà le emozioni sfumate date dalla percezione del tempo che passa e dal ricordo delle persone che ci lasciano.
Con questa convinzione, ogni tanto ci vado anch’io sotto quel salice, e mentre mi rilasso riparato dalle fronde che ondeggiano morbide, mi viene da chiedermi in quale albero potrei trasformarmi io, quando verrà la mia ora.
In copertina: “Weeping Willow” – Claude Monet