La giornata lavorativa del signor Chakovski

Ci sono pareti bianchi e lucide incastrate in angoli acuti, e due pile di sassi ammassate su un pavimento privo di ombre. C’è una luce chiara che sembra originare dalla stessa aria che colma la stanza allungata. C’è il signor Chakovski e c’è anche il collo del signor Chakovski, colpito da quell’aria luminosa che si muove in lamine fredde. 

Il signor Chakovski sta osservando i suoi guanti da cui spuntano piccoli fili di tessuto lacero che si ergono, dritti, dalla trama ordinata del cotone. Il signor Chakovski cerca di trattenere un pruriginoso fastidio provocato dall’inaccettabile sciatteria dell’ultima partita dei presidi dell’Azienda. O forse è la lama d’aria che gli fa contrarre i muscoli cervicali, o forse, ancora, la ripetizione continua del gesto che lo ha tenuto occupato negli ultimi dieci anni.

Il bianco scompare inghiottito da un lampo di luce rossa, come nell’improvviso spalancarsi delle fauci di un animale enorme, dentro le quali si trova impalato il piccolo uomo in camice. Questo dura solo un attimo, poi, non appena il signor Chakovski distoglie lo sguardo dal guanto e torna a posarlo sulla pila di sassi alla sua destra, tutto torna come prima. La pila di sassi alla sua destra è composta da pietre di diverse sfumature di blu disposte in successione casuale. La seconda, quella verso cui il signor Chakovski si dirige con in mano una delle pietre prese dal primo mucchio, è invece perfettamente costruita, seppur ancora incompiuta, e cromaticamente esatta, nelle sue sfumature che si susseguono in una progressione ordinata di colore. Ci sono dei buchi nella struttura incompleta, buchi che rendono il tutto simile a un sorriso sdentato che pare indirizzato, maligno, verso il signor Chakovski, che però completa la struttura rapido, compiendo veloci passaggi da una pila di sassi all’altra. Il suo lavoro è riordinare quella pila di sassi, tutto il giorno e tutti i giorni; è quello per cui ha studiato ed è quello che gli permette di vivere.

Il signor Chakovski raccoglie un sasso color pervinca. Dice ad alta voce: “Pervinca, tonalità di saturazione luminosa di 240 gradi, pigmento della Vinca Minor delle Apocinacee, gli occhi della Madonna, ‘So perché sempre ad un pensier di ciel/misterïoso il tuo pensier s’avvinca,/sì come stelo tu confondi a stelo,/vinca pervinca…’ ” Il signor Chakovski appoggia il sasso color pervinca e un morso gli si serra sull’innesto tra la gamba e il bacino. Compie una leggera smorfia ma, almeno spera, non sufficiente a far destare sospetti. Con la coda dell’occhio cattura l’immagine riflessa del suo corpo, restituita da uno specchio che si affaccia sulla stanza, anch’esso bianco, ma leggermente più scuro del resto dell’ambiente. È lui che si muove nello specchio, ma, anche se non le vede, sa che ci sono altre figure che lo osservano oltre la lamina riflettente e immobile. Afferra un’altra pietra, questa volta di un acceso blu fiordaliso. Il signor Chakovski dice di nuovo: “Tonalità di saturazione luminosa di 219 gradi, colore del Cyanus segetum, in tedesco ‘Kornblumenblau’, canzone popolare allusiva a l’intensa ubriachezza, uno dei pochi fiori realmente blu, 1887 Van Gogh, vaso di fiordalisi e papaveri…” Mentre dice questo, però, il signor Chakovski pensa a una montagna innevata, a un monaco in tunica arancione, al vento sulla pelle e all’odore di sterco d’asino.  Non sa perché, ma sono immagini che lo invadono sempre più spesso nell’ultimo periodo. Pensa anche alla fatica della salita, alla vertigine provocata dallo spazio vuoto che si estende nella valle ai suoi piedi. Pensa, e questo pensiero gli comprime un attimo i polmoni obbligandolo ad abbassare attivamente il diaframma, per non fermarsi in mezzo alla stanza senza fiato. Pensa: “Potrei proporlo al signor Zeng come viaggio di lavoro. Migliorare la mia sensibilità alle gradazioni inferiori tramite lo studio della cianite delle cave del Tibet. Potrei…” Appoggia il sasso e il morso lo afferra di nuovo. Lo chiama “Il Dingo” il suo dolore, perché gli fa venire in mente un animale selvatico che gli affonda i denti nel muscolo. Dice a sua moglie quando torna a casa: “Il Dingo oggi mi ha morso tutto il giorno.” Oppure: “Il Dingo oggi è stato bravo, era su un’altra preda.” Ma ultimamente il Dingo non ha altre prede e resta sempre su di lui, perseguitandolo ad ogni movimento e ad ogni pietra che sposta. Ma resiste il signor Chakovski, resiste per non perdere il posto. Pensa: “89”. 89 sono le rate che gli mancano del mutuo. E poi, non pensa più a niente per un po’, sopraffatto dal Dingo che si accanisce un attimo di più del solito sul gluteo, dal diaframma che si è incastrato in alto, a metà del torace e da qualcos’altro che non riesce bene ad identificare. 

Questa volta però il signor Chakovski non riesce a dissimulare il dolore e la sirena lancia quindi un lamento sincrono al cambio di colore della stanza. L’ammasso di pietre che ha davanti si trasforma, passando dal blu al viola, poi dal viola al blu, e poi di nuovo dal blu al viola. Il Signor Chakosvki si dirige verso la porta, verso lo spioncino che si apre. Dice: “Non è niente, devo solo andare in bagno.” E mentre procede lungo il corridoio stretto, al signor Chakovski ha ancora davanti agli occhi l’immagine intermittente di quella pila di sassi viola e quell’immagine gli provoca un intenso crampo allo stomaco.  Lui non ci sarebbe mai arrivato al viola, anche se ce la stava mettendo tutta. Era partito come un pezzente dalle pietre gialle, e chi partiva da così in basso non arrivava mai al viola. Già tanto che era riuscito a far carriera, salendo al rosso, poi al verde e ora al blu. Ma al viola non ci sarebbe arrivato. Pensa: “Se solo Katerina non fosse rimasta incinta avrei potuto studiare di più. Ora sarei già al viola da un pezzo, o forse addirittura la bianco.” Ma Katerina era rimasta incinta e lui aveva preso il primo lavoro disponibile. Era un lavoro sicuro e sua madre lo aveva spinto ad accettare: “Prendilo, diventerai geo-cromatologo come tuo padre. Si è rotto la schiena lui per farti studiare, pace all’anima sua. Prendi il lavoro. È con l’Azienda, non ti lasceranno mai a casa.” Il signor Chacovski apre la porta del bagno con ancora la voce della madre che gli rimbomba in testa. 

Ora c’è il bagno con il signor Chakovski dentro. Anche il bagno è tutto bianco. Ci sono i sanitari bianchi, le porte bianche, la carta igienica bianca. E c’è anche la faccia del signor Chakovski che è bianca. La faccia bianca del signor Chakovski si riflette nello specchio e poi si abbassa verso l’incavo tra il pollice e l’indice e una polvere bianca scompare in una narice. 

Adesso è tornato a lavorare il signor Chakosvki, continuando a spostare pietre per molte ore. Adesso il Dingo è tranquillo. È ancora lì che mastica, il Dingo, ma dopo la polvere bianca non fa più male. E Il signor Chakovski finisce la piramide di sassi blu appena prima del suono della campana.

Prende la porta, ma per qualche motivo non si allontana subito. Quando arriva il signor Torlep questo lo guarda strano. Non si incontrano quasi mai il signor Chakovski e il signor Torlep perché infatti non è previsto che si incontrino. Il signor Torlep gli passa vicino, stringendosi per non sbattergli contro nel corridoio stretto e poi svanisce oltre la porta da poco varcata dal signor Chakovski. Ma ancora non se ne va il signor Chakovski e torna sui suoi passi, verso la porta bianca. 

E dallo spioncino che si apre sulla stanza luminosa, il signor Chakovski rimane a fissare l’uomo in camice che prende una pietra dal cumulo ordinato nella sua perfetta successione di colore, la solleva e la porta dall’altro lato della stanza, ripetendo il gesto come un pendolo, come un signor Chakovski al contrario, ancora e ancora, senza fermarsi mai, costruendo una piramide cromaticamente disordinata di pietre blu.

Il signor Chakovski chiude gli occhi. 

Ora, non c’è più la stanza bianca, non ci sono più le pietre blu, e per un attimo non c’è più neanche il signor Chakovski. Ci sono solo le montagne del Tibet e un monaco in tunica arancione che guarda giù verso la valle.

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