L’ibisco

Da quando mi hanno fatto la diagnosi, la mia pianta preferita è diventata l’ibisco. Il piccolo cespuglio, dentro al suo vaso di terracotta, aveva mostrato un’incredibile tenacia nel sopportare il caldo dell’estate e le mie dimenticanze, ma non per questo era nato il mio affetto per lui. Mi era stato regalato per non so quale occasione, forse  amici venuti a cena lo avevano portato in dono, e ora riempiva un lato del balcone, producendo fiori grandi, di un rosa acceso e forse un po’ pacchiano. Per molto tempo avevo preferito a questa pianta semplice gli elementi più eleganti dell’orchidea, le larghe foglie del banano e l’immobilità del  cactus che presidiava l’angolo più a sud del terrazzo come una sentinella di vedetta. Da quando però mi era stato annunciato il numero di mesi che mi restavano da vivere, l’ibisco aveva scalato la classifica nella mia piramide interna di preferenze. Questo perché produceva ogni giorno un unico nuovo fiore, perdendo quello del giorno prima. Lo faceva con una regolarità umile e tenace, tanto che diventò l’immagine di quell’arrancare nel tempo che cominciò a contraddistinguere le mie giornate. Ogni giorno mi svegliavo e, come prima cosa, andavo a guardare quale tra i boccioli era fiorito; al giorno dedicavo poi quel singolo fiore. 

Era diventato il mio calendario minimo, il simbolo del tempo che snocciolava ogni singolo nuovo giorno: non c’era un domani, non c’era ieri – il fiore di ieri era già appassito – c’era solo l’oggi, ma in larghi petali rosa.

Quando ti danno una scadenza, si tende a diventare sentimentali e ogni elemento della vita acquista rilevanza per la sua scarsità – quanti sbadigli mi sono rimasti? quanti orgasmi? quanti battiti di ciglia? – ma, grazie all’ibisco e al suo incedere cadenzato nel tempo, invece del senso di perdita per quanto finiva, guadagnavo la riconoscenza per il nuovo fiore che si schiudeva con l’alba.

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