Una medusa che nel tempo scompare

L’inesorabile mezzo rosario, che da decenni aveva preceduto l’inizio del pasto, fu sostituito da un secco colpo di spalle. L’onda di quel gesto si propagò tra i corpi dei membri della famiglia e proiettò le forchette nei piatti, dando un via anticipato al pranzo. Io fui percorso come gli altri da quel movimento, ma quel singhiozzo fu in grado però di farmi perdere l’equilibrio per un breve momento.

Era Natale e forse fui l’unico ad accorgermi di quel tenue sussulto, perché la gente che mi circondava non diede il minimo segno di aver notato che qualcosa fosse cambiato. Anzi, la sensazione di qualcosa di nuovo nell’aria si ritirò come la linea dell’onda risucchiata dalla risacca, e io me ne dimenticai in fretta, esattamente come ci si scorda un sogno. C’erano del resto motivi per tornare ben ancorati alla realtà: i parenti che chiacchieravano forte, in parte allegri, in parte offesi o subito pronti a litigare, il cibo nei piatti e la voglia di godersi il far parte di quella tribù.

A volte, finito il pasto mi tuffavo sul divano a digerire l’eccesso di cibo e di relazioni, e in quelle occasioni mi era accaduto di guardare la mia famiglia con gli occhi di un alieno che da molto lontano puntasse un lungo binocolo sopra di noi, osservandoci dalla finestra ogni anno e sempre in quel giorno preciso. Ecco, se quello spettatore distante avesse messo insieme nel corso del tempo i fotogrammi dei nostri ritrovi, come si legano insieme le singole immagini in una pellicola, sono sicuro che questo avrebbe classificato la mia famiglia come un organismo non del tutto diverso da una medusa. Ci espandevamo e ritiravamo esattamente come l’ombrello del placido invertebrato marino: qualche anno eravamo di più, qualche anno di meno, in un ondeggiare di gente che però rimaneva unita in un continuum costante.

Mi ricordai di nuovo di quella percezione avuta all’inizio del pranzo proprio quando mi gettai ancora una volta sopra il divano, pronto ad accogliere le fantasie sull’alieno. Era dopo il caffè e ormai parte del gruppo era già rincasato lasciando la medusa rimpicciolita di un poco; io fissavo il camino, ipnotizzato dai giochi delle fiamme che si alzavano dai bracieri, emanando un calore che mi arrossava la pelle e, forse colpevole uno spasmo allo stomaco, fui rigettato nello stato smarrimento di prima.

Fu allora che mi accorsi davvero cosa aveva fatto scattare l’inizio del nuovo ciclo; realizzai che l’animale-famiglia quell’anno non solo aveva perso un pezzo più grosso degli altri, ma gli era stata proprio mozzata la testa. Mancava il Vecchio, lasciato all’ospizio, e senza di lui nessuno aveva guidato il rosario. Con la testa che cominciava a pesare, percepii nettamente che quello era solo uno dei tanti suoi gesti che ora avremmo smesso di fare. Niente più preghiere o filastrocche, nessuno che più avrebbe curato l’orto e le piante, nessuno avrebbe ora percorso i giardini della parrocchia. Erano azioni di un mondo passato che nessuno di noi ormai riteneva importanti. Probabilmente in un momento diverso avrei accantonato il pensiero senza sprecarci sopra un secondo di più, ma come spesso succede, la sbornia del piacere del pasto mi aveva lasciato un po’ malinconico e ricettivo ai pensieri più cupi, come se la parte di noi in grado di contemplare la morte si svegliasse solo quando questa è stata allontanata di un passo grazie a un pasto abbondante.

Mentre guardavo le braci che si consumavano ad ogni loro respiro, tornai quindi di nuovo a prendere gli occhi di quell’alieno distante. E come si dissolvevano i ceppi, pensai che forse, nel film del nostro osservatore lontano, si sarebbe ora formata l’immagine di una medusa che nel tempo scompare.

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