Viscere della terra

C’è un vento caldo che sembra la scoreggia di un uomo enorme e malato. L’uomo più enorme che si possa immaginare. Come se l’interno della terra fosse tutto occupato dal corpo di questo gigante fetente che ora aveva deciso di scoreggiare. Non una scoreggia potente e rumorosa, ma una scoreggia silenziosa ma perpetua. L’aria calda viene da tutte le parti: dal tunnel, dalle grate, dal pavimento, dalle ventole. E si mischia con il puzzo della spazzatura che qualche essere umano-scarafaggio ha da poco scavato e smosso, lasciando i gusci vuoti di plastiche appiccicose sparsi per la panchina. A questo si aggiunge l’essenza dolce del piscio.

Non è una stazione della metro. È una latrina. È il buco di culo del mondo, di un mondo con mille e più buchi di culo, e questo buco di culo è pieno di persone. Arrivano a ondate tutte insieme, tanto che ci si dovrebbe chiedere come facciano ad essere così sincronizzate. Le persone non scendono le scale, ma sono versate dentro il buco di culo da una forza soprannaturale, come se il dio che le spinge di sotto abbia in progetto di otturarlo, questo buco di culo, con le persone pensate per fare da calce dell’opera edile; persone spinte dentro finché non si schiacceranno, diventeranno liquide, riempiranno gli anfratti e colmeranno i vuoti. Poi il dio ci metterà un tappo sopra e darà alla Terra una seconda opportunità. 

Sì, credo che questo sia il piano. 

Le banchine, però, dopo un po’ tornano a svuotarsi e rimango solo io, su una panchina di legno umido, a osservare il flusso. 

Mi alzo e percorro la lunghezza del binario; sotto le mie scarpe il pavimento scricchiola di milioni di anni di escrementi umani e bibite zuccherate rovesciate: nero, lucido come il catrame appena colato. 

Mi torno a sedere nello stesso posto. All’ennesima ondata di umani una signora si appoggia a fianco a me, come fosse la proprietaria di quel pezzo di mondo sul quale esercita un potere assoluto di despota. E’ circondata da buste della spesa, che danno l’impressione di voler delimitare il suo dominio. Le buste della spesa paiono avere vita propria, continuano a cadere e aprirsi, costringendo la signora a una perpetua opera di manutenzione del suo castello di oggetti. Mi alzo per evitare di essere sommerso da quel magma vorace di buste e cianfrusaglie e poco dopo il miracolo della rapitura si ripete, lasciando me come unico superstite.

Prima di sedermi di nuovo tiro due calci alla spazzatura che cola fuori da un bidone rovesciato.

Eccoli di nuovo. Ancora e ancora.

Un’ondata, poi un’altra.

Hanno i volti appiccicati male sui crani, e questo è reso visibile dalla gravità che, qui sotto, è più forte che in superficie. Le palpebre non stanno su, le guance penzolano, le labbra si torcono verso il basso. Le spalle non reggono, le ginocchia sono piegate. Ma non tutti; alcuni resistono. Forse perché ancora nuovi in questo girone, o forse perché di un’altra specie. Hanno polpacci più potenti che ne sorreggono il passo, hanno glutei duri che sostengono la schiena. Camminano come predatori in mezzo all’erba alta.

Di nuovo il flusso comincia a ridursi. Sempre meno corpi scivolano lungo le scale. Dio sembra desistere dalla sua impresa, poi però tira gli ultimi colpi con un’energia maggiore. Chi arriva adesso è più veloce, più guizzante; frana oltre lo specchio della porta e corre comparendo e scomparendo tra le colonne. Poi si fermano al bordo della banchina, come prima di buttarsi da uno scoglio. Si sporgono e allargano le braccia, guardano l’orologio e imprecano.

Uno di questi ha il vestito a giacca e una clava invisibile in mano. Anche l’anguria che stringe tra le ginocchia non si vede, ma c’è: i due malleoli sono distratti di almeno mezzo metro l’uno dall’altro. 

Anche lui scivola lungo i gradini, anche lui compare e scompare tra le colonne. Lui però mette il piede sulla spazzatura. Credo fosse una bottiglia di succo. L’aumento della temperatura indica che il gigante enorme è pronto a svuotare di nuovo il proprio intestino geologico. 

L’uomo slitta sulla plastica rigida. Percorre un metro in planata solcando la patina organica del pavimento.

La luce del vagone fa ballare le colonne. 

Fa un passo, poi un altro. La presenza del cocomero invisibile lo sbilancia in avanti. Si piega a novanta, alza una gamba verso dietro. Allarga le braccia e ritrova l’equilibrio sul bordo della banchina grazie a uno sghembo arabesque. Quando la sua testa esplode portata via dal treno, il sangue vaporizzato si deposita con calma suo nero del pavimento, ricostituendo in parte il film appiccicoso graffiato dai suoi piedi maldestri.

In copertina: “Childhood memory” – Tung Duc Pham

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