TW: violenza, stupro
Disclaimer: il seguente testo non è scritto con la minima traccia di ironia e la protagonista non è intesa come la villain della storia. Da notare anche che non è ovviamente un incitamento alla violenza, ma un ribaltamento della cultura dello stupro per sottolinearne la ferocia.
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Il problema di questi uomini è che non hanno mai imparato la paura. Non temono le conseguenze, non temono condanne, non temono neanche di fare brutta figura. Non hanno paura di noi, della legge, di possibili ritorsioni. Non hanno paura che arrivi qualcuno a tagliargli il cazzo per averlo usato violentemente contro il nostro corpo. Vanno avanti con la loro vita, soddisfatti, impuniti e felici; pronti a cogliere la prossima cosa che si presenterà loro davanti, e che crederanno di poter, semplicemente, afferrare. Ed è questo che odio più di loro: sono talmente obnubilati nella loro vacuità da essere quasi innocenti. Di sicuro si sentono tali.
Non sanno – non pensano, non gliene frega niente – che non ci strappano di dosso solo il piacere, che per tutta la vita rimarrà per noi mischiato al dolore e alla vergogna; non sanno che si incistano nella nostra testa privandoci di ore di sonno, di pensieri, di relazioni. A quegli uomini ho pensato tutti i giorni della mia vita e sono sicura che loro non hanno pensato a me neanche un minuto, se non forse il tempo di una sega i giorni successivi al mio stupro.
Ho impiegato quindici anni prima di decidermi a fare giustizia. Non la giustizia dei tribunali, perché quella è dalla parte dei carnefici – non mi imporrò un altro supplizio oltre a quello già subito, non mi metterò a giustificarmi e mettermi nelle mani, vulnerabile, dell’ennesimo uomo. Sarà un giustizia sporca, che mi prenderò con le mie mani, che è l’unica giustizia possibile e l’unica in grado di rimettere a posto l’universo.
Ne ho scelto uno a caso su un sito di incontri. Da una semplice ricerca incrociata in internet l’ho trovato anche sui social classici, e ho scoperto che ha una moglie e due figlie, fa l’avvocato ed è attivo nel consiglio comunale. In una foto lo si può vedere ruggente sopra un palco, con un cappellino MAGA calato in testa. La sua vita patinata non gli impedisce di tenere un account sotto falso nome nel quale si mostra con il pene in mano, alla ricerca di “donne che siano vere donne”, qualunque cosa voglia dire. È un uomo come un altro, e per questo va bene. Non mi interessa colpire i diretti responsabili della violenza su di me, voglio che sia scelto casualmente, solo perché posso farlo, esattamente come loro scelgono noi, non per una nostra colpa, ma perché hanno l’occasione. Sono bastate due foto del mio culo per indurlo a chiedermi di vederci. Tutto troppo facile.
L’ho incontrato in un bed and breakfast fuori città, che avevo scelto per il garage comunicante con la stanza. Un po’ di ketamina, mista a valium e alcol ed è svenuto prima ancora di togliersi la cravatta. Devo dire che mi sono sorpresa dall’efficienza e insensibilità del mio corpo. Il contatto con i suoi muscoli inflacciditi dai farmaci, il suo volto e le esalazioni del suo corpo non hanno avuto su di me il minimo effetto. Sono stata però galvanizzata dal ruolo assunto di predatore e mi è piaciuto vederlo cadere a terra, sentirlo in mio pieno potere. Forse è questo quello che provano loro. Benissimo, ora è il nostro turno.
L’ho caricato nel baule e l’ho portato in un caseggiato in campagna, dotato di un capannone che era servito in passato da deposito. Lì avevo preparato un sistema di corde per sollevarlo e tenerlo in verticale. L’ho spogliato, imbavagliato e poi l’ho issato in posizione eretta, svegliandolo con una dose di flumazenil. La confusione nei suoi occhi era quasi comica e il momento in cui si è trasformata in terrore mi ha quasi intenerito. Si è guardato intorno, rendendosi conto di essere legato, e ha iniziato a dare qualche strattone alle funi, nel vano tentativo di liberarsi. Poi si è accorto che, in basso, il suo pene era tirato sopra un tagliere tramite un sottile filo di nylon legato stretto intorno al glande. Lì credo abbia cominciato a capire.
Ho tirato fuori una katana, scelta perché abbastanza lunga e affilata da poter sferrare un colpo da una giusta distanza. Mi sono chiesta più volte se fosse meglio usare un coltello o una sega, per aumentare il dolore, ma poi ho scelto un metodo più pulito e netto, non per clemenza, ma per risparmiare a me la fatica e il contatto con quella viscida appendice di carne. Ho controllato che il ferro messo in anticipo sulle braci fosse incandescente al punto giusto e poi, tra le sue urla smorzate e fissandolo negli occhi terrorizzati, gli ho tagliato il cazzo, per poi cauterizzare la ferita con il calore. E’ svenuto.
L’ho fotografato, per poter poi diffondere le immagini in internet, in modo che i suoi simili inizio a capire che non sono al sicuro.
Ho fatto in modo che rimanesse privo di sensi con un’altra dose di farmaci, poi l’ho caricato nuovamente in macchina per scaricarlo in un punto lontano dal casolare.
Non lo ucciderò, voglio che continui a vivere soffrendo, pensando a me tutti i giorni della vita. Dopo di lui passerò ad altri, e poi ad altri ancora, chiedendo a tutte le donne di unirsi a me.
E’ ora che anche loro imparino cos’è la paura, la stessa paura che abbiamo da sempre avuto noi.
Da adesso in poi saranno loro a non camminare mai più sicuri per strada.