Quando iniziai a precipitare, mio padre non si voltò. Ho creduto a lungo che fosse stata una scelta deliberata, che mi volesse lasciare indietro, e che quella fuga fosse anche un modo per liberarsi di me. Ora però, mi sono fatto un’idea diversa e sono convinto che semplicemente non se ne accorse.
Ho ancora l’immagine capovolta e sfumata, catturata nella caduta, delle sue mani precise che aggiustavano un pezzo di rivestimento dell’ala, guidate dal suo sguardo concentrato. La vita, per mio padre, era un insieme di problemi da risolvere, un’enorme macchina da aggiustare per ottenere fama e ricchezza. Era di sicuro un genio, ma quando la sua mente sceglieva una nuova sfida, il resto del mondo diventava opaco ai suoi occhi, e nulla riusciva a distogliere la sua attenzione da quello che stava facendo.
Anche quel volo era per lui soltanto un esperimento, mentre per me fu invece un’esperienza rivelatrice, come stessi venendo alla luce solo in quel momento. Ero entrato nel labirinto ancora molto giovane e quasi non ricordavo cosa ci fosse oltre quel dedalo di muri e porte; volando, invece, sollevato in aria, il mondo intero si apriva davanti a me, e pareva offrirsi in dono, pronto per essere afferrato.
Il volo non era solo l’inevitabile risultato di forze contrapposte che potevano essere dominate dai calcoli di un uomo, ma rappresentava una fonte di infinita meraviglia. Nel momento in cui staccai i piedi da terra sentii di possedere una forza e un’attitudine innate, che mi rendevano uccello: ero nato per l’aria, e non lo avevo mai saputo.
Là, con il vento che mi sorreggeva, era sparito il senso di oppressione che per tutta la vita mi aveva calamitato alla superficie terrestre, e in quella planata ritrovavo la mia dimensione. Di più: come avviene quando si esprime un talento, mi divertivo. Così, rimasi indietro a giocare con le onde invisibili che anticipavo con intuito, e mi ubriacai di quella felicità. Fu in quello stato che posi lo sguardo sul sole, che riuscivo a fissare negli occhi come se fossi un dio, e credetti di poter salire sul carro di Apollo, che ritenevo ormai mio fratello. Volli troppo, dimenticandomi delle mie vulnerabilità: volavo sì, ed ero libero, ma lì in aria ero anche più suscettibile alla sorte e alla punizione degli dei. Questa arrivò rapida, e le mie ali si sfaldarono, facendomi precipitare.
Il racconto di quel giorno è passato di bocca in bocca. C’è chi mi vuole morto, chi narra di mio padre che raccolse il mio cadavere dal mare, chi dice che il mio corpo non fu mai ritrovato e che la mia anima fu costretta a vagare su questa terra per sempre.
La verità è che mi salvai. Fui lavato sulle spiagge di un’isola spoglia e lì cominciò un lungo cammino. Ho avuto anche io la mia piccola Odissea, come ogni greco che si rispetti, ma non sono qui per narrarla perché non aggiungerebbe nulla alla sapienza del mondo. Resti solo che non mi sono mai pentito di quel volo e del colpo d’ali che mi portò a un passo dal sole. A causa di quel gesto ho sofferto, sì; sono stato schiavo, mendicante, soldato e minatore, ma grazie a quell’avventatezza mi liberai e si mise in moto la mia vita. Quel colpo d’ali nasceva dalla voglia di afferrare ciò che di bello c’era nel mondo e, se anche era sbagliato l’obiettivo, era giusto nel desiderio.
Non rividi più mio padre, ma poco importa; la sua vicinanza avrebbe trasferito dentro di me il suo sguardo sul mondo; avrei perso la capacità di contemplare la meraviglia e sarei tornato nel labirinto, a vagare per tutta la vita in cerca di una via verso l’oro e la fama.
Ora guido le pecore sulla collina, faccio il latte e guardo mio figlio che cresce. E se anche i miei piedi sono aderenti alla terra, non ho perso il senso di libertà, e mi sembra ancora di continuare quel volo.