Ci sono case vuote, immobili e prive di vita, abbandonate come se nessuno ci vivesse da anni. Eppure, alcuni segni tradiscono l’esistenza di persone che le abitano: una macchina che esce ogni tanto dal garage, una lampadina fulminata del portico che viene sostituita, o una grondaia gocciolante che viene riparata. A parte questo, poco altro segnala che quegli spazi sono occupati da persone in carne e ossa.
Una simile casa esisteva vicino alla mia abitazione; ogni giorno ci passavo vicino, camminando lungo la strada, diretto alla fermata dell’autobus. Nelle lunghe mattine di attesa, tra la nebbia che saliva dai campi, mi sono spesso trovato a fissare quell’edificio allo stesso tempo imponente e scarno, come uno scheletro di un animale preistorico e gigantesco, ormai pietrificato. Per mesi la mia coscienza si era posata distratta su quel pezzo di paesaggio, senza che mi ponessi mai troppe domande su chi vi abitasse, e senza che per molto tempo mi cogliesse il minimo dubbio sul suo stato di edificio abbandonato. Questo perché, pur apparendo vuoto, la palazzina non era in rovina e, nel suo essere spoglia, appariva sostanzialmente anonima. In più, il muro di cinta che la circondava impediva ai passanti di sbirciare nel cortile, e l’edificio diventava visibile solo dal secondo piano in su; per chi, come me, era abituato a camminare a testa bassa per affrontare meglio il freddo e la fatica, l’intero complesso veniva registrato solamente come un muro scrostato che sfilava al proprio fianco.
La bizzarria di questo edificio mi colpì un giorno senza preavviso, quando il pesante cancello di metallo si aprì mentre ci passavo vicino, lasciando uscire un’automobile di lusso che in pochi secondi scomparve lungo la strada. Nel momento in cui le traverse si aprirono sul cortile interno, fui colpito non tanto da una caratteristica specifica del patio, quanto più dalla discrepanza tra la povertà quasi abbandonica del palazzo e l’eleganza della macchina che ne era appena uscita. In più, l’evento mi rimase impresso anche perché divenni immediatamente consapevole che, oltre quel cancello e quel muro, c’era effettivamente qualcosa. Da quel giorno nelle mie attese per la corriera, mi fu impossibile ignorare la presenza dell’edificio, che mattina dopo mattina risultava sempre più strano ai miei occhi. Cominciai quindi a notarne l’aspetto spoglio e dimesso, e la quasi totale assenza di indizi che facessero presupporre una vita umana all’interno. Eppure avevo visto uscirne una macchina, e c’era, seppur in maniera minima, una costante manutenzione dello stabile, elemento che mi fece supporre che l’aspetto anonimo e spoglio fosse una scelta deliberata.
Chi vi abitava quindi? Non poteva essere una casa mono-familiare, perché troppo grande e perché l’architettura del palazzo era quella tipica di un piccolo condominio, ma risultava ancora più incomprensibile che più nuclei familiari si fossero così ben accordati nel negare al mondo esterno anche minimi segni della loro presenza. Era forse il rifugio di qualche malavitoso? O la casa di appoggio per un programma di protezione testimoni? C’era qualcosa comunque che non tornava, e questo senso di incomprensibilità cominciò a perseguitarmi. Tuttavia, il dubbio che occupava una parte così ampia dei miei pensieri in quei giorni rimaneva un puro esercizio intellettuale, senza che questo fosse accompagnato da un reale piano per fugarlo. La decisione di superare quel cancello arrivò all’improvviso, e sembrò tanto assurda quanto inevitabile. Ero alla fermata dell’autobus e fui colto da una sorta di furore: quella mattina, mi dissi, sarei entrato nel palazzo, anche a costo di dovermi arrampicare con le unghie sul muro di cinta. Ignorai quindi la corriera che stava per arrivare e mi diressi verso la casa. La prima idea che mi venne fu quella di cercare un campanello e spacciarmi per il postino. Le probabilità di successo erano poche, ma anche solo l’idea di sentire una voce distorta dal citofono, ma proveniente dalle viscere di quel grosso mistero, mi galvanizzava.
L’eccitazione si scontrò subito con l’ennesima scoperta inaspettata relativa a quell’abitazione: girando l’intero perimetro della casa, non fui in grado di localizzare un ingresso che non fosse il pesante cancello dal quale avevo visto uscire l’auto di lusso, e qui non vi era traccia di citofoni. Mentre mi guardavo intorno però, sentii cigolare i meccanismi del portone e il mio cuore fece un sussulto quando la pesante porta di metallo iniziò a scivolare sul binario a terra. Ancora più sconcertante fu trovarmi di fronte un uomo che pareva aspettarmi. Era vestito con una livrea da maggiordomo antica e, per quanto elegante, gli abiti erano laceri e consumati. Il volto era impassibile; mi fissava con uno sguardo vacuo, quasi mi vedesse attraverso. Feci appena in tempo a registrare la bizzarria di quell’apparizione, che nel complesso pareva appartenere più a una pièce teatrale che a quello squallido ambiente circostante, perché l’uomo mi fece cenno di seguirlo. Esitai un attimo, ma il modo in cui ero stato invitato non permetteva obiezioni, e la curiosità ormai aveva preso il sopravvento sulla cautela.
Ci dirigemmo verso l’atrio del palazzo, vuoto e spoglio, come fosse ancora in ristrutturazione. Mancavano infatti le pareti esterne, e lo spazio era delimitato solo dal passaggio di pavimentazione del cortile, che cambiava bruscamente in un rivestimento in piastrelle di ceramica. Al centro di quell’ambiente c’era un ascensore, anche quello privo di un normale rivestimento, nudo nel mostrare i meccanismi interni. Il maggiordomo mi invitò dentro in maniera molto formale, quasi con un piccolo inchino, poi mi seguì all’interno, chiudendo la porta davanti a sé e premendo una combinazione di tasti. Iniziammo a salire.
Rimanemmo in quello spazio angusto per un tempo che mi parve lunghissimo, tanto che iniziai a dubitare che l’apparecchio si stesse effettivamente muovendo. A riprova del fatto che stavamo ascendendo i piani c’era solo un concerto di scricchiolii metallici che riempivano l’ambiente e, a intervalli irregolari, alcuni sobbalzi della struttura. All’inizio non feci caso a quella salita lenta, e mi persi a osservare lo strano uomo che mi dava le spalle e rimaneva immobile davanti a me, rigido e dritto nella sua uniforme consunta. Mi chiesi se mi stesse effettivamente aspettando – magari i proprietari di casa avevano notato il mio interesse per l’edificio e lo avevano mandato a chiamarmi – oppure se non fossi stato scambiato per qualcun altro. Entro poco però, quelle domande furono sostituite dalla percezione di pericolo conferita dalla quel protrarsi dell’attesa. Quanto stavamo salendo? L’edificio non era più altro di tre piani, ed era impensabile che ci volesse tutto quel tempo per arrivare a fine corsa. Mi colse poi il sospetto che non stessimo salendo, ma che in realtà procedessimo verso il basso. Questo poteva giustificare il lungo tempo della corsa, ma se stavamo scendendo nelle profondità delle viscere della terra, avevo comunque di che preoccuparmi. Più passava il tempo più diventavo inquieto, fino a sentire avvicinarsi da lontano lo spettro della claustrofobia. Prima che riuscissi a convincermi che eravamo bloccati dentro l’ascensore, iniziando a chiedere conto all’uomo di fronte a me, ci fu un ultimo sobbalzo e ci trovammo davanti a un lungo corridoio.
Il maggiordomo mi accompagnò con un gesto in quel nuovo ambiente e mi passò davanti facendomi strada, dopo aver chiuso le porte scricchiolanti dell’ascensore dietro di sé. Il corridoio era ampio e illuminato da una piatta luce bianca e pareva terminare solo dopo molte decine di metri con una brusca svolta a sinistra. Sui lati, porte chiuse senza maniglia. Pareva quasi un ospedale, se non fosse per la calma che lo pervadeva. Non riuscivo a raccapezzarmi sulla planimetria di quegli spazi che, se confrontati con l’edificio che conoscevo, non c’era modo di far combaciare. Provai a raccogliere più informazioni possibili da quanto mi circondava, ma l’ambiente era privo di elementi di rilievo o tratti distintivi. Arrivati a metà di quella lunga corsia, l’uomo si fermò di fronte a una porta che a differenza delle altre aveva una maniglia. Rimase immobile, di lato alla soglia chiusa, fissando il vuoto di fronte a sé. Non sapendo bene cosa fare, afferrai la maniglia e la girai, senza trovare resistenze.
Davanti a me si presentava una camera spoglia, occupata solo da una brandina stretta, un lavandino e un vaso per i bisogni. Osservai il maggiordomo nel tentativo di capire come fosse opportuno che mi comportassi e cosa fosse atteso da me. La stranezza di quella visita guidata mi impediva di avere riferimenti sull’atteggiamento da tenere, riempiendomi di un disagio misto a paura e curiosità. Ero finalmente dentro alla casa che per lungo tempo aveva occupato i miei pensieri, ma mai avrei immaginato uno sviluppo del genere e mi mancavano le coordinate per interpretare quanto stava accadendo. L’immobilità del maggiordomo era tale e mantenuta così a lungo che finii per entrare nella stanza, al solo scopo di muovermi e interrompere quella situazione di stallo. Lo feci, consapevole di avere in un lato della mente il timore che la porta si potesse chiudere alle mie spalle, ma con mio grande sollievo questo non successe e l’uomo si limitò a rimanere al suo posto. Mi venne l’impulso, inaspettatamente e in maniera incomprensibile, di provare la brandina, e senza che riuscissi a fermarmi, mi ci sdraiai sopra. Per quanto fosse sottile, il materasso si dimostrò incredibilmente comodo, e la lunghezza di quel piccolo letto si rivelò perfetta per la mia statura. Senza neanche accorgermene, mi addormentai.
Non ho idea di quanto dormii, dato che non avevo un orologio da polso e la stanza non aveva finestre per valutare che momento del giorno fosse. Il mio sonno era stato interrotto da rumori di numerosi passi che provenivano dal corridoio, che potevo ancora scorgere oltre la porta aperta, dove però il maggiordomo non era più di guardia. Dopo poco comparve nella luce della soglia un uomo vestito in tenuta da lavoro, che portava in mano un pezzo di legno. Entrò facendo un lieve cenno con il capo nella mia direzione e posò l’oggetto in un angolo della stanza. A lui ne seguirono molti altri, tutti nella stessa tenuta e tutti con in mano assi o bastoni di legno che posavano, seguendo uno schema preciso, gli uni accanto agli altri. Dopo quella lunga processione entrarono altre tre figure che si misero a lavorare con i pezzi di legno depositati al suolo e in pochi minuti, senza che fosse necessario l’ausilio di martelli o avvitatori, assemblarono una scrivania e una sedia. Poi scomparvero, lasciandomi di nuovo solo con quei due nuovi pezzi di arredamento. Non passò molto che si ripresentò il maggiordomo, che ormai consideravo una figura familiare, tanto che la sua comparsa mi diede un piacevole senso di tranquillità. Anche lui portava qualcosa in mano, e riuscii a riconoscere l’oggetto solo quando si girò di nuovo per uscire dalla stanza. Aveva lasciato sulla scrivania una penna e un largo quaderno rivestito di pelle scura. Incuriosito mi avvicinai e, sedendomi alla scrivania sulla nuova sedia, iniziai a sfogliare quel taccuino, che si rivelò però vuoto. La presenza della penna mi suggerì che, chiunque ci fosse dietro l’organizzazione della mia visita alla casa, volesse che scrivessi qualcosa e, senza che questo mi paresse strano, cominciai a redigere il racconto della mia vita.
Passarono molti giorni, o almeno quelli che io ritenevo fossero giorni, che contavo basandomi sul mio ritmo circadiano e sul numero di pasti che il maggiordomo mi portava. Redassi un resoconto dettagliato della mia vita, rievocando le figure dei miei genitori e dei miei nonni, e costruendo un albero genealogico della mia famiglia. Molte di quelle pagine si macchiarono di lacrime, nate alcune da ricordi felici e altre da ricordi tristi, ma solo raramente interrompevo il fluire di parole. Quando terminavo un quaderno, il maggiordomo era subito pronto a portarmene uno nuovo, senza che ci fosse bisogno che lo chiamassi. Mentre mi vedevo crescere e cambiare in quelle pagine, descrivendo il giorni di scuola, poi l’università, le relazioni, il mio primo matrimonio, il divorzio e tutto quello che venne dopo, iniziai a percepire un senso di distanziamento dalla vita, una sorta di nostalgia, quasi che la mia storia fosse una cosa lontana e ormai conclusa. Continuai a riempire le pagine, arrivando fino al giorno in cui avevo notato la casa nella quale ero in quel momento ospite; solo allora mi fermai.
Rimasi come svuotato ed ebbi la sensazione di aver trasferito la mia esistenza su quei taccuini, quasi che io fossi la narrazione e tra le righe ci fosse il vero me stesso. Ci misi molti minuti prima di alzarmi dalla sedia, in una condizione di confusa dissociazione. In quel momento notai un uomo molto vecchio e trasandato che mi fissava e quasi mi spaventai. La realizzazione che quell’uomo ero io, riflesso in uno specchio, arrivò da lontano e la accolsi con curiosità più che con stupore. Avevo barba e capelli lunghissimi e sbiaditi, che cominciavano a ingrigire, ero molto più magro di quanto ricordassi e anche le unghie, che pure erano state nel mio campo visivo mentre scrivevo, si rivelarono sorprendentemente lunghe, senza che io me ne fossi mai accorto.
Non sapevo più bene cosa fare ora che la mia storia era finita, e aspettai che arrivasse il maggiordomo a darmi indicazioni con la sua presenza. Tuttavia, nessuno arrivò. Mi misi a dormire, in attesa, sapendo che al momento del pasto qualcuno si sarebbe presentato nella stanza. Quando mi svegliai, preso dai morsi della fame, ancora non c’era nessuno al mio capezzale. Mi decisi quindi a mettere la testa fuori dalla stanza e rividi, per la prima volta da quando ero entrato nella casa, il lungo corridoio inalterato, esattamente come si era presentato davanti a me tanto tempo prima.
Decisi di percorrere la corsia e arrivai all’ascensore. Dell’uomo in livrea non c’era traccia. Aprii quindi da solo le porte di metallo ed entrai nel montacarichi. Spinsi il pulsante per scendere e in un concerto di cigolii iniziai la discesa che si rivelò molto più breve di quanto ricordassi.
Raggiunsi il piano terra e mi trovai di fronte al pianerottolo senza pareti. Ero all’aperto: davanti a me il cortile e il cancello che avevo varcato tanto tempo prima. Superai con timore il limite dato dal passaggio di pavimentazione che definiva l’uscita dal palazzo, quasi avessi paura del cielo aperto sopra la mia testa, e lentamente percorsi il cortile interno. La pesante porta di metallo iniziò a scorrere davanti a me come animata da una vita propria e, infine, uscii in strada.