L’ombrello

Ero uscito per sbrigare alcune commissioni, e mentre mi affannavo a raggiungere a piedi la mia destinazione, ho intravisto sull’altro lato della strada l’ombrello di Luca. La giornata di maggio era piacevolmente calda e la luce si irradiava leggera nell’inizio del pomeriggio; nulla nell’ambiente giustificava l’utilizzo di un ombrello, ma sapevo che Luca non usava quello strumento per proteggersi dalle intemperie o dai raggi del sole, per lui l’ombrello aveva un significato puramente simbolico.

Lo avevo visto in seduta cinque, massimo sei volte; era venuto da me spinto dalla necessità di un confronto su una grossa novità nella sua vita: aveva conosciuto una donna di cui si era innamorato, e aveva bisogno di aiuto per gestire la situazione. Dopo anni di solitudine, ora si trovava di fronte alla necessità di rimettersi in gioco, e sentiva di non avere abbastanza strumenti. Fin qua tutto regolare, se non fosse stato per quell’ombrello, che portava sulla testa in continuazione, anche negli spazi interni. Per le prime sedute aveva rimbalzato ogni mia richiesta di chiarimento in merito, limitandosi ad affermare che erano anni che se lo portava dietro, e che era l’unico modo che aveva trovato per forzarsi a uscire di casa. Solo negli ultimi incontri era riuscito ad aggiungere particolari, e avevo trovato la spiegazione di una bizzarria adorabile.

Da quello che avevo capito, dopo la morte del padre hLuca aveva vissuto un lutto profondo, con un forte senso di abbandono. Era l’ultimo membro della sua famiglia: dopo di lui non c’era più nessuno nella lista senza fine dei suoi avi. Si era quindi sentito solo e smarrito, vulnerabile nei confronti della storia alle sue spalle. Quando il padre era scomparso, aveva sentito che, da quel momento e inevitabilmente, il prossimo nella lista era lui, l’ultimo della catena, senza più nessuno a proteggerlo dai colpi del tempo. Questa vulnerabilità la visualizzava e percepiva nel cielo sopra la sua testa: era esposto, piccolo e troppo visibile. C’erano tutti lassù a fissarlo e a giudicarlo, e questo non riusciva proprio a reggerlo. Aveva tentato prima con l’isolamento in casa ma, per qualche motivo, il suo pensiero iperconcreto non trovava sollievo nel concetto di soffitto; quello era solo un altro cielo in miniatura. Poi un giorno, per puro caso, aprì un ombrello per proteggersi dall’acqua che pioveva di traverso, mentre si fumava una sigaretta sul balcone. E sotto quel riparo di tela si era sentito al sicuro per la prima volta dopo tanto tempo. Da quel momento non aveva più abbandonato l’ombrello, che era diventato il suo personale scudo contro le generazioni e, indirettamente, contro l’idea della sua morte. L’ombrello aveva sostituito il padre, interponendosi tra la storia della sua famiglia e lui.

Vederlo muoversi per strada, invece che seduto alla poltrona del mio studio, aggiungeva stranezza e poesia alla sua strana figura e lo seguii per un po’ con lo sguardo.

Poi mi venne in mente: Luca stava probabilmente andando al temuto incontro con la donna di cui tanto mi aveva parlato, dato che il luogo e l’ora coincidevano con i miei ricordi a proposito. Per motivi a me ignoti, mi ritrovai a seguirlo. Mi accorsi subito che stavo facendo una cosa eticamente scorretta, e che non corrispondeva per niente al mio modo di comportarmi con i pazienti. Quella storia però mi aveva affascinato e interessato più di chiunque altra e non stavo riuscendo a contenere la curiosità. Non era tanto la relazione con la donna che mi interessava, ma volevo piuttosto vedere Luca muoversi all’interno di quell’incontro, lui con il suo ombrello e i suoi antenati volteggianti nell’aria come avvoltoi. Mi dissi che avrei dato solo uno sguardo alla ragazza e alle loro prime interazioni, per poi riprendere la mia strada. Con questa pallida giustificazione mi ero spinto fino al locale dove avevo visto fermarsi Luca, e mi misi su una panchina poco distante, ad osservare la scena.

Luca aveva preso posto in uno dei tavolini del dehors, aveva sistemato la giacca sullo schienale della sedia e si era sistemato comodo, attento che la punta dell’ombrello non si impigliasse in una delle assi della tettoia, dalla quale pendevano tralci d’edera. Si percepiva la sua tensione nel modo di stare seduto e di guardarsi intorno, controllando di frequente l’orologio. Quella frenesia scomparve però nello stesso istante nel quale i suoi occhi agganciarono la figura di lei. Il cambiamento fu repentino e visibile, tanto da far ondeggiare leggermente l’ombrello sulla sua testa. La ragazza si avvicinò, arrivando fino al tavolo. Era minuta, ma una chioma di capelli castani e lunghissimi aumentavano il volume che occupava nello spazio. Aveva un modo di muoversi leggero e anche da così lontano, potevo percepire la carica di fascino che emanava la sua figura. Mi venne da complimentarmi in silenzio con il mio paziente, che con tutte le sue nevrosi era riuscito a ottenere un appuntamento con una donna così bella, tanto che cominciai ad avere più fiducia nelle risorse di quel ragazzo.

L’appuntamento andò come tutti gli appuntamenti ben riusciti e, perso a studiarli, mancai alla mia promessa di andarmene dopo poco. Restai lì ad osservarli chiacchierare e scambiarsi sorrisi, ridere e gradualmente avvicinarsi. In un qualche modo l’ombrello, terzo incomodo, pareva quasi non esserci. Di più: la cupola di tela divenne quasi un elemento di intimità, che li separava dal resto del mondo circoscrivendo il loro spazio privato. Non potevo sentire i discorsi, ma ebbi la netta sensazione che a quell’oggetto nessuno dei due aveva fatto il minimo accenno durante la lunga conversazione.

Dopo poco più di due ore li vidi alzarsi e prendere la strada verso il centro. Fatti pochi passi lei si era avvicinata a lui, facendosi stringere il fianco con un braccio, ed entrando ancora di più sotto la volta del parapioggia. Si sono allontanati così, lei appoggiata a lui, e lui appeso, oltre che al suo ombrello, ora anche al corpo di lei.

Non è più tornato in terapia, ma forse non ne aveva davvero bisogno.

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