C’è un’antica leggenda nel paese da cui proviene la mia famiglia. Me l’ha trasmessa mia nonna, raccontandomela più volte, nelle lunghe giornate d’estate passate con lei in montagna.
L’ho sentita in realtà solo da lei, e se ci penso adesso, potrebbe essersela inventata di sana pianta solo per intrattenermi, ma questo non toglie poesia al racconto, né lo ha reso meno rilevante per la mia vita.
Ricordo ancora la prima volta che mi menzionò la vicenda. Avevamo da poco pranzato e la nonna stava lavando i piatti. In quei giorni avevo preso l’abitudine di farle compagnia durante quel momento, e sfruttavo l’occasione per porle domande e farmi raccontare storie di ogni tipo. Aveva un modo pacato di narrare, con una sorta di reticenza che richiedeva continui stimoli da parte mia per iniziare e proseguire nel racconto. Quel giorno, come miccia per dar vita alla storia, mi venne in mente di chiederle il nome dei picchi montuosi che si vedevano oltre finestra. Mi citò quindi il Monte Tre Colonne, il Nido del Falco e la Cresta del Re. Poi si fermò un attimo, appoggiò una pentola e si asciugò le mani. Si mise al mio fianco e, indicandomi una delle montagne, mi disse: “Tra tutti però, il più interessante è quello, il Monte della Perseveranza.” Mi limitai ad annuire, in attesa che continuasse. “E sai perché si chiama così?” disse abbassando il timbro della voce e scandendo più lentamente le parole, “perché quella montagna non è come le altre.”
“Perché?” gli chiesi sperando che non si fermasse.
“Perchè non è stata sollevata dai movimenti della terra. Quella montagna l’ha creata un uomo, che forse ancora esiste, nascosto da qualche parte.”
Ci misi alcuni minuti per registrare queste strane, nuove informazioni. Non era solita aggiungere elementi fantastici alle sue storie, che erano per lo più costruite su elementi di vita vissuta, o aneddoti su parenti scomparsi. Rimasi quindi un po’ confuso, non sapendo come interpretare quanto mi stava dicendo.
“Nessuno sa quanti anni abbia questo uomo, ma molti dicono che sia più vecchio delle foreste che coprono le coste delle montagne, più vecchio del fiume che scorre a valle. Secondo me però non è così, perché quando ero piccola io, quella montagna era molto più bassa, e se l’uomo fosse lì da così tanto tempo, sarebbe ora alta da toccare il cielo con la punta.”
A questo punto il mio stupore era totale. Non abituato a mettere in discussione le sue parole, ero stato catapultato in un mondo magico e sconosciuto.
“L’hai vista crescere? Hai visto crescere una montagna?” Ricordo di aver chiesto incredulo.
“Esatto, perché l’uomo aggiunge ogni giorno centinaia di pietre, impilando le une sulle altre, pietre che poi vengono colonizzate dalla vegetazione e diventano casa degli animali del bosco”, mi disse la nonna, raggiungendo di nuovo il lavello e riprendendo ad asciugare le posate.
“Ma perché?” Avrei voluto chiedere molte cose insieme, ma mi lanciai sulla prima che mi venne in mente, solo per non farla smettere di raccontare.
“I veri motivi li sa solo lui Andrea, ma quello che si dice è che un tempo l’uomo era stato innamorato di una donna, una donna con la quale però non poté stare. Se l’amore fosse ricambiato la leggenda non lo dice, dice però che la donna decise di interrompere la relazione, convinta che il tempo avrebbe diluito il sentimento. L’uomo accettò quell’imposizione, ma promise che se anche lei si fosse scordata di quanto c’era stato tra di loro, lui non l’avrebbe mai fatto. Giurò di continuare a pensarla ogni giorno, e che ad ogni pensiero avrebbe posato una pietra sulla cima della collina dove per la prima volta l’aveva incontrata. E così fece, alzando quel cumulo di terra fino a renderlo una montagna, che da allora non aveva mai finito lentamente di crescere.”
Questa leggenda, finché ero stato piccolo, mi era sembrata affascinante nella parte fantastica ed epica dell’uomo che innalza un monte. Con la crescita poi, non la dimenticai e si trasformò con me, come spesso fanno le storie, che ci aiutano a interpretare la realtà con il filtro con cui le ascoltiamo. Da adolescente infatti iniziai a considerarla assurda e sdolcinata per la sua componente romantica, ma comunque mi fece da guida, e più di una volta mi ispirai all’uomo della montagna con le ragazze che avevo incontrato, facendomi vedere tenace e inscalfibile nel sentimento, e ottenendo in cambio di elevarmi ai loro occhi sopra la massa dei miei coetanei, distratti e volubili.
Più che in ogni altra fase della vita però, questa leggenda mi è venuta in soccorso ora, dopo che ho provato il dolore della perdita di qualcuno che amavo. Sentendo che tutto il tempo dell’universo non potrà sanare la mia ferita, capisco ora quell’uomo che non accettava di dimenticare, e che piuttosto decideva di portare il peso della mancanza fino a innalzare le montagne. La leggenda ora mi consola e mi suggerisce che se anche non riuscirò a superare la perdita, potrò almeno appropriarmi di questa mancanza per costruire qualcosa di nuovo.
Magari non eleverò una montagna, ma almeno potrò creare un altro pezzo di vita, e potrò farlo senza per forza dover dimenticare.