Colpo di spugna dopo colpo di spugna

Era un’altra mattina calda nella valle. Il sole, ancora basso sull’orizzonte, filtrava dalle finestre in solide colonne di luce. Oltre la vetrata, le ombre che si modificavano lentamente facevano apparire il canyon vivo, in un formicolio di piccoli movimenti in chiaroscuro. C’era anche una figura umana sul bordo del burrone, una ragazza, stagliata contro il cielo azzurrissimo e terso di quel pezzo di mondo. 

L’uomo sistemava i tavoli, aggiustando le tovaglie e i piatti, pronto per l’inizio della giornata, lanciando ogni tanto uno sguardo a quella figura a contrasto con il panorama, immobile, tranne che per i capelli mossi dalle correnti imprevedibili e caotiche, accelerate dalle pareti a strapiombo e dalle improvvise curve della gola. A ogni nuovo tavolo che finiva di apparecchiare, l’uomo si aspettava di non rivederla, come succedeva quasi ogni giorno con altre persone passate di lì che, come la ragazza, si avvicinavano al precipizio. Ormai non ci faceva più caso; gli rimaneva solo una punta di malinconia – che in passato era stata orrore, poi rabbia, poi frustrazione – che aveva però imparato a cancellare insieme al colpo di spugna con cui puliva i tavoli. Con un unico gesto fece calare un’altra tovaglia pulita e bianchissima, che si gonfiò per poi appoggiarsi lenta sul corpo immobile del legno. Lei, invece, era sempre là, colpo di spugna dopo colpo di spugna, ora dopo ora, nascosta a tratti dal ballo dei clienti, dalle tende mosse, dai giochi di luci e ombre di cui il suo corpo immobile faceva da meridiana. Nel corso della giornata iniziò a sorgere dentro all’uomo una sorta di apprensione, che gli faceva desiderare di rivederla ancora lì, ogni volta che la cercava, come se ormai facesse parte del suo panorama interno.

A fine giornata l’uomo chiuse il ristorante e raggiunse la ragazza al bordo della scarpata. Il suo profilo era adombrato dalla notte, ormai arrivata, e dai capelli che le turbinavano attorno. Era andato verso la ragazza pensando di parlarle, mosso dal desiderio di riportarla lontano da quel punto di non ritorno, e dalla voglia, forse, di rivederla anche il giorno dopo. 

Un colpo di vento più netto degli altri gli permise di vederla in volto e coglierne l’espressione negli occhi stanchi. Una lacrima le scivolò sulla guancia senza che il suo viso muovesse un muscolo, come un rivolo che sgorga da una misura colma. Erano occhi nei quali erano rimasti i tentativi già fatti per salvarsi, occhi che portavano il peso della fatica di ogni giorno nel quale aveva lottato per rimanere viva, pieni di una sofferenza che non aveva aspettativa di estinguersi. 

Capì di aver fatto un errore: quell’imprevista familiarità che aveva sviluppato nel corso della giornata era pura fantasia, e non gli dava il diritto di accostarsi al dolore di lei, del quale lui era ignaro ed estraneo.

Si alzò, prendendo la via verso casa. Il giorno dopo arrivò al ristorante poco prima dell’alba, iniziando a pulire i tavoli colpo di spugna dopo colpo di spugna, coprendoli con tovaglie bianchissime e leggere, nella mattina che gradualmente iniziava a riempire la sala.

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