Non entrava in una chiesa da quando era bambino, ma riconobbe all’istante l’odore d’incenso che permeava la navata, unito a quello salmastro che si diffondeva dall’acquasantiera.
Si spazzò via un po’ di neve rimasta attaccata agli scarponi e si avviò tra i banchi, scegliendo un posto a caso nella chiesa deserta. Era uscito a fare una passeggiata, nel tentativo disperato di calmare i pensieri, ma il freddo della sera lo aveva spinto a trovare riparo tra le mura della parrocchia. Una volta dentro, aveva cercato di farsi distrarre dagli affreschi che riempivano il soffitto e dalle statue intorno all’altare, ma le immagini dei santi prostrati e doloranti non lo avevano aiutato. La figura del Cristo sospesa a mezz’aria lo lasciava indifferente, come se quelle rappresentazioni e le emozioni che stava provando appartenessero a due universi paralleli e incapaci di incontrarsi. Lasciato solo dal suo senso religioso ormai inaridito, si abbandonò sulla seduta e affondò il volto tra i palmi, concentrandosi sul respiro, corto e affannato, nel tentativo di scacciare le immagini di lei. Non se ne era ancora riuscito a liberare, nonostante i tentativi durati ormai alcuni giorni; non erano stati capaci gli amici, i parenti e l’alcol, e ora apparentemente neanche un Dio che alcuni dicevano onnipotente.
Le settimane precedenti erano state difficili, ma in un qualche modo aveva avuto la sensazione di riuscire, inaspettatamente, a galleggiare sul pelo delle sue emozioni, senza lasciarsi sopraffare dal senso di perdita. Alcuni giorni prima però, era colato a picco a causa di una semplice canzone sentita alla radio, una volta accesa la macchina. Era un brano che lui ascoltava da ragazzo e non sentiva da moltissimi anni e che, appena identificato, gli aveva acceso una serie di pensieri automatici. Fin dalle prime note erano stati evocati alcuni ricordi d’infanzia e lui si era quindi girato di riflesso per raccontarli a lei, trovando però solo un sedile del passeggero vuoto. In quel momento aveva percepito nettamente la perdita di quel modo di vivere nel mondo che aveva avuto durante la relazione con lei, dove ogni cosa che succedeva, dentro e fuori, veniva condivisa, rielaborata e illuminata dal loro scambio reciproco. Ora invece era solo, precipitato in un vortice rapido e caotico che gli risucchiava via l’aria dai polmoni.
Rimase immobile per un tempo lunghissimo, bloccato dal peso nel petto che si accresceva ogni volta che le poche note di quella canzone gli ritornavano alla mente.
Neanche quelle ore trascorse sforzando il diaframma riuscirono a placarlo, e si trovò a chiedersi se da quel momento in poi avrebbe dovuto sentirsi per sempre così.
Questo pensiero però, gli si organizzò in testa in forma di versi e, ripetendoli sottovoce, si ritrovò a sorridere colto dall’ironia di aver assunto una prospettiva tanto melodrammatica.
Mentre il turbinio di emozioni iniziava a scemare e i polmoni a espandersi, aprì le note del telefono, scrivendo la sua prima poesia:
“Vivere senza di te
sarà in fondo una cosa banale,
dovrò solo evitare
per sempre
qualsiasi tipo di musica.”
In copertina “San Pietro penitente” di Francisco Goya