La casa era chiusa da anni, e i rampicanti stavano prendendo il sopravvento sulle pareti di pietra. Per raggiungere la porta mi ero dovuto fare strada tra i rovi che ostruivano il sentiero, e gran parte del percorso ero stato costretto a farlo a piedi, dato che la macchina era rimasta a valle, bloccata da un albero caduto in mezzo alla carreggiata. La fatica della salita mi aveva lasciato le gambe tremanti e il respiro accelerato, obbligandomi a fermarmi poco prima dello spiazzo del cortile, cosa che mi portò a contemplare da lontano il vecchio edificio avvolto dal bosco e dalla luce chiara della giornata primaverile. Ci voleva poco, per me, per vedere la casa come era un tempo: il giardino curato, i ragazzi che giocavano sotto il patio e lei che innaffiava i fiori con il cane che le girava tra le gambe. Erano immagini belle, ma rievocarle non faceva altro che accrescere il peso che già mi stringeva il petto e mi bloccava il respiro.
Il portone d’ingresso era sigillato e per entrare forzai una piccola porta sulla parte posteriore, trovandomi poi dentro, immerso nel buio e nella polvere. Ero partito con un’idea precisa riguardo a cosa avrei fatto, ma non mi era chiaro perché avessi avuto bisogno di tornare proprio in quel posto. Mi resi conto in fretta che avevo fatto tutta quella strada perché quello era il luogo dove la presenza di lei era più netta, e dove potevo sentirla ancora viva.
Vagai per le stanze, attraversando le pareti di pulviscolo evocate dalla luce che entrava dalle fessure delle finestre, finché uno di quei raggi mi guidò verso la mensola sopra al camino, dove era ancora appoggiato un suo vecchio raccoglitore delle erbe selvatiche, uno dei tanti che aveva riempito per tutta la vita. Lo presi tra le mani e sentii il bisogno di aprirlo e sfogliarlo. Spalancai quindi una finestra e mi appoggiai sul tavolo della sala con trepidazione, come se quel raccoglitore contenesse la soluzione al malessere che mi portavo dentro.
Le pagine erano cariche di esemplari secchi delle erbe della zona, ognuna accompagnata da disegni a matita del rispettivo fiore o del germoglio. Gli schizzi stavano sbiadendo, ma ancora si vedevano i tratti della sua mano leggera. A fianco dei disegni, il nome e una piccola descrizione. Mi venne da sorridere, perché per ognuna di quelle piante avevo sentito mille volte raccontare leggende e tradizioni e mille volte l’avevo presa in giro quando citava ad esempio la Piantaggine che diceva essere nata dalla lacrime di una donna cadute sul terreno, o l’Artemisia che andava bruciata la notte di San Giovanni per proteggersi dagli spiriti o ancora la Verbena che era stata usata per tamponare il sangue di Cristo. Avevamo teste diverse, la mia che tendeva alla logica e al concreto, mentre la sua era più disposta a riempire il mondo di storie e magia.
La mia mano si fermò di colpo quando mi trovai davanti la pagina della portulaca, notando che, a fianco del nome latino, c’era segnata stranamente una parola in greco con inchiostro rosso: καιρός, kairos. Le lacrime cominciarono a riempirmi gli occhi.
Della portulaca sapevo i racconti della tradizione, come per le altre piante, ma questa si collegava anche a un nostro personale ricordo, che ritornò potentemente. Era una vita che non ci pensavo e mi lasciò sconvolto il parallelo perfetto tra quel giorno lontano e il mio stato emotivo del momento.
All’epoca ero giovane, non più che ventenne, e quel giorno ero pieno di quella disperazione totalizzante degli adolescenti, che scorre come un veleno nel sangue e che verso sera mi aveva portato a sedermi sul ciglio di una scarpata, a contemplare l’idea di buttarmi. Ero lì da un po’ di tempo, a crogiolarmi in quelle emozioni intense, quando sentii al mio fianco dei movimenti. Poco lontano era comparsa una ragazza, che si spostava con attenzione tra la vegetazione, raccogliendo qua e là delle foglie e rami. Ricordo che la guardai per un po’ con la coda dell’occhio, per coglierne i particolari – i capelli biondi raccolti in una treccia, la corporatura minuta, la pelle delle braccia abbronzata a contrasto con quella più chiara che spuntava da sotto le maniche – quasi preoccupato che fosse un’allucinazione, tanto pareva venire da un’altra epoca e tanto era strano che fosse proprio lí, in quel momento, a raccogliere piante, in un posto sperduto sulle montagne e con la notte ormai alle porte. I miei dubbi sulla sua esistenza furono fugati quando mi rivolse la parola, chiedendomi di spostarmi perché doveva raccogliere qualche foglia della pianta sopra la quale ero praticamente seduto. Un po’ in imbarazzo le avevo obbedito e lei aveva poi continuato nelle sue ricerche. La sua apparizione aveva ormai spezzato il flusso di disperazione che mi aveva tenuto prigioniero in quelle ore, e da quel momento mi era stato impossibile non seguire ipnotizzato i suoi movimenti erratici. Dopo quello che mi parve un tempo lunghissimo, la ragazza fece un sospiro teatrale e venne a sedersi accanto a me. Dalla cesta con le sue erbe tirò fuori proprio la portulaca, che all’epoca conoscevo come erba grassa, perché così la chiamava mia nonna, e con mio stupore si mise a mangiarne una foglia.
“Sai, si dice che questa scacci i demoni interiori. La usavano in passato anche i frati come calmante, soprattutto per problemi d’amore”. Dicendo questo me ne allungò un rametto e poi si alzò, allontanandosi lungo il sentiero.
Chiusi il raccoglitore e uscii in giardino, incamminandomi poi verso la macchina, a ragionare sul potere calmante della portulaca, che per due volte lei mi aveva offerto nel momento giusto – καιρός, kairos – per placare i miei sentimenti e rimettermi il cuore in pace.