Storia di un uomo miserabile

Questo è un racconto a proposito di un uomo. Un uomo disperato, miserabile. L’uomo è sporco, polveroso, tutto un cencio. Cammina sbandando sulla sabbia. Non beve da tre giorni ‘sto pezzente, ma non c’è bisogno che faccia tutta questa scena. E sì, va bene, l’atmosfera della savana africana è torrida e senza pietà. Ma che si dia una messa a posto. Che tiri fuori le palle una buona volta. Invece no, lui continua con il suo incedere molle e scoordinato.

Cosa c’è venuto a fare qui, in mezzo alla sterpaglia?

Ora ve lo dico: vuole porre fine alla sua vita. Esatto, vuole suicidarsi.

Del resto, come dargli torto. Pezzente com’è, forse fa anche bene. Ma che lo faccia a casa sua, che lo faccia in garage. Legati una corda al collo e finiscila lì. Comprati delle pillole in farmacia, se preferisci. Ma cosa volete, sarà stato talmente vile da vergognarsi. Non sarà stato in grado di sopportare lo sguardo della farmacista. O il pensiero di chi lo avrebbe trovato penzolante dal soffitto. Verrebbe da urlargli: “Ma a chi vuoi che interessi scemo? Ti avrebbero dato tutte le medicine che vuoi. Oppure i due pompieri ti avrebbero slegato e messo in un sacco con la stessa noncuranza di un salumiere che imbusta una salsiccia.” Magari avrebbero detto anche “Lascio?” come fa il salumiere. No, impiccagione e overdose non gli andavano bene. A buttarsi da un ponte ci aveva pensato, ma sentite questa: aveva paura dell’altezza! Vuole suicidarsi e ha paura dell’altezza. Va be’.

Quindi l’uomo ci ha pensato un po’, per poi scegliere il metodo più melodrammatico che io abbia mai sentito: vuole farsi mangiare da un leone. Gli sembrava un’idea romantica, da moderno russoiano che non è altro. “Tornare alla natura, riconnettersi con il ciclo della vita”. Gli sembra un gesto poetico, una fuga dalla vita meccanica e metallica che lo ha reso così. Un modo pulito, che non lascia residui, che restituisce qualcosa alla terra.

Ma datti una svegliata Jean-Jacques! Non ci sono più i leoni! Sono quasi tutti estinti. Ne sono rimasti sì e no una manciata, chiusi in qualche zoo e in tre riserve sparute sparse per il 11.730.000 chilometri quadrati di continente africano. Ma il suo piccolo cervello da burocrate a questo mica aveva pensato. In quello che aveva definito come “il primo e ultimo atto da uomo libero della sua vita” (e non empatizzate troppo, la pomposità del tono della sua voce nei suoi pensieri era tale da indurre in rigurgito) aveva preso un aereo per il Mozambico. Senza valigia, senza cibo né acqua. E ora erano tre giorni che vagava tra sterpi e sabbia, ma di leoni neanche l’ombra.

A un certo punto ha visto un serpente. Uno di quelli con venature rosse e nere che fanno subito pensare ai crampi di dolore che può farti provare un suo morso. Ecco, noi, gente pragmatica e per bene, se fossimo stati nella situazione del nostro personaggio, avremmo subito mandato all’aria questa baggianata del leone e ci saremmo fatti bastare il serpente. A portata di mano, letale al punto giusto. E se vogliamo proprio, anche con quel tocco di melodramma e citazione storica da risultare soddisfacente. Ma lui no! Lui voleva un leone. Non poteva accontentarsi di un serpente qualsiasi questo narcisita. Magari avrà anche pensato che il serpente non fosse abbastanza, o che l’idea era già stata usata. Lui vuole la propria morte esattamente come l’ha pianificata, senza nessuna possibile digressione dal copione.

Quindi l’uomo fa un balzo di lato per allontanarsi dal rettile. Prende una pietra e gliela tira contro. Non lo colpisce naturalmente. Il suo braccio dinoccolato e grassoccio da topo di biblioteca non conosce la balistica e il sasso arriva a venti centimetri buoni dal serpente. Questo però si allontana, probabilmente più offeso e schifato dall’uomo che impaurito.

E quindi il personaggio continua a vagare ciondolante e miserabile per la savana finché il sole cala. Ormai ha già passato due notti all’addiaccio e sa che la temperatura cala drasticamente quando il sole sparisce sotto l’orizzonte. E sa che non troverà un riparo, che il massimo che può fare è trovare un albero, sperando che non sia infestato da serpenti, iene o insetti grossi quanto una mela. Lo trova. Di certo non grazie a una sua particolare dote di osservatore o ma per un puro e semplice colpo di fortuna. E non ci sono serpenti, né, apparentemente, insetti ciclopici.

Si rannicchia contro il tronco, tirandosi addosso i due cenci che gli sono rimasti. Batte i denti come una femminuccia producendo il rumore meno virile che potete immaginare. E rimane lì, miserabile, per alcune ore. Gli diremmo: “Dormi! Cosa vuoi fare? Chiudi gli occhi e dormi scemo.” Ma no, lui non riesce. “Come non riesci? È la cosa più facile del mondo! Abbassa le palpebre, concentrati e dormi.”

Invece si crogiola nei suoi pensieri. Ripensa alla sua vita. A sua moglie che lo ha mollato per suo fratello. Si compiange. Non è neanche abbastanza uomo da essere arrabbiato. È “deluso”. Addirittura se ne dà anche la colpa. Certo che hai colpa, sfigato! Cos’è, tua moglie doveva continuare a stare con te quando aveva tuo fratello che poteva offrirle non una, non due, ma cinque volte quello che le offrivi tu? Potevi rimboccarti le maniche e cercare di fare carriera. Lui era dirigente, aveva la barca, e tu cosa avevi? I tuoi libri di ornitologia?

E il lavoro? Ora pensi al lavoro eh? Era “senza senso”? “Depersonalizzante”? “Inutile”? Almeno ce lo avevi! Potevi adeguarti come fanno tutti, pensare allo stipendio e a comprarti qualche giocattolo nuovo. Non era il lavoro della tua vita? Cosa volevi, un lavoro in grado di renderti “felice”? Un lavoro ” che possa farti esprimere le tue potenzialità”? Ma quali potenzialità? Guarda, non sai neanche battere i denti come si deve!

Comunque; torniamo al racconto. Ad un certo punto il rumore dei denti si mescola con lo scricchiolio degli artigli sul terreno.

“Eccoli! I leoni! Finalmente!”. Il miserabile fu attraversato da un brivido a livello della colonna vertebrale; sempre se ne avesse avuta una. Stava succedendo. Ci fu un vorticare di pensieri e un tumulato di emozioni. Quasi paura. Ci mancherebbe solo che ora abbia anche paura. Tutta sta pagliacciata per poi passare gli ultimi istanti piangendo come un agnello, magari facendosela addosso.

Comunque non erano leoni. La luna guizzò fuori da una nuvola illuminando la valle: sassi, arbusti, qualche albero sparuto, polvere e quattro iene. Esatto iene. E se c’era stata un briciolo di paura nel cervello molle del nostro personaggio, questa iniziò a crescere e invadere l’insignificante spazio tra le sue meningi.

Si alzò in piedi tremante. Tese una mano in avanti, come se quel braccio cellulitico avesse la forza di bloccare il branco di carnivori affamati. Piuttosto poteva servire da invito per iniziare il pasto, spandendo il suo odore fino alle narici pulsanti di quegli animali sporchi. Non che fosse appetitoso il suo odore, ma le iene si accontentano delle carcasse putride, quindi quell’olezzo da impiegato era per loro come l’odore della maionese sulle tartine. Infatti, le fiere avanzarono di qualche passo.

Ora vi sorprenderete, perché il nostro personaggio si prodigò in un gesto atletico inaspettato. Si girò, piegò le gambe (le ginocchia, tenute insieme da legamenti lassi, gli deviarono all’esterno) e spiccò un balzo verso un ramo basso. E incredibilmente riuscì ad arrivarci. Qualche dondolata con il culo flaccido e fu sopra l’albero. Non so se le iene decisero che la preda fosse fuori portata, là sul ramo, o se furono disgustate da quella successione scomposta si movimenti; fatto sta che si allontanarono.

L’uomo si compiacque con se stesso, come tutti i vili si compiacciono per il solo fatto di non aver fallito miseramente, poi si appoggiò al tronco dell’albero e si addormentò. Si svegliò dopo alcune ore, ricoperto di formiche e con il sole già venti centimetri buoni oltre l’orizzonte.

Spazzò via gli insetti e si stropicciò gli occhi. La mancanza di cibo e acqua rendeva la sua testa un magma incandescente e per sottolineare la cosa a un pubblico immaginario (da tipico esibizionista perverso) si massaggiò le tempie. Saltando giù dall’albero rovinò a terra come un sacco di letame.

Si sollevò in piedi e rimase un attimo fermo per testare il proprio equilibrio malfermo. Poi si stropicciò gli occhi di nuovo. Poi di nuovo. E di nuovo ancora. Abbiamo capito! Hai visto qualcosa! Smettila di strofinarti le cornee, idiota!

All’orizzonte, un gruppo di figure sinuose si muoveva piano intorno a un gruppetto di alberi. Difficile dire quante fossero a causa dell’effetto di distorsione del calore sulle immagini. Ma nel piccolo cervello dell’uomo una cosa era certa: erano leoni.

Questa volta non c’erano dubbi. E se siamo fortunati questa patetica storia potrà essere finita a breve, il pezzente sarà morto per il meglio e potremo tornare ad altre attività ben più interessanti e redditizie.

L’uomo iniziò a saltellare di qua e di là, preso da un nuovo fervore suicida. Finalmente sarebbe riuscito a completare il suo intento. Forse l’unica cosa che avrebbe mai portato a termine nella vita. Alzò le braccia al cielo e si lanciò di corsa contro i felini. Dato lo stato pietoso in cui si trovava fu una corsa esteticamente poco piacevole. Lenta, goffa. Una volta inciampò pure. Ma in una decina di minuti arrivò dai leoni. Erano sei. Un maschio, tre femmine e due cuccioli. Erano placidamente stesi all’ombra di un gruppo di alberi, sulla riva di una piccola pozza d’acqua. Esitò giusto una frazione di secondo prima di lanciarsi nel mucchio, tanto per rovinare il ritmo della scena. Poi protruse il petto carenato che spuntava dalla camicia aperta (magari credendo anche che risultasse appetitoso). Aprì le braccia in segno di resa. E si butto tra le zampe del grosso leone maschio.

Questo lo guardò, scosse la criniera e si alzò sopra di lui. L’uomo percepì il corpo del leone sovrastarlo e l’ombra maestosa gli fece il favore di coprire la sua patetica figura. L’enorme felino spalancò le fauci.

Era arrivata la fine.

L’alito caldo della bestia lo avvolse.

Entro breve sarebbe stato liberato della sua inutile vita.

Sentì il corpo gigantesco avvicinarsi ancora di più.

E una leccata gli impiastricciò il viso.

—————–

Ebbene sì, il personaggio della nostra storia non fu mangiato da nessun leone. Fu leccato e buttato a terra da zampe enormi. Spinto, graffiato. Gli immersero pure la testa nello stagno, come per dirgli: “Bevi, scemo, bevi un po’ d’acqua che ti fa bene”. Ma non lo mangiarono.

Lo adottarono. Il perché, non so dirvelo. Io di sicuro non lo avrei mai fatto. Ma loro lo adottarono.

E se ora vi capita di passare per il Mozambico e se siete fortunati (o sfortunati a mio parere), potrà succedervi di incrociare un branco di leoni accompagnati dalla miserabile e patetica figura umana del nostro odiatissimo personaggio.

 


In copertina Julian De Narvaez (http://www.juliandenarvaez.com)

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