Il lama degli abissi

Un gruppo di scienziati plurilaureati, ultradottorati e sottopagati aveva organizzato una missione straordinaria per osservare e descrivere una nuova e straordinaria specie sottomarina. Avevano scritto un protocollo dettagliatissimo dei loro intenti, con il quale avevano poi ottenuto un corposo finanziamento dalla Società Zoologica Internazionale (SZI).  Avevano anche preparato una complicatissima tabella Excel per registrare tutti il loro piccoli e ordinatissimi numeri astrusi.

L’idea era nata durante un viaggio vacanza in Perù che il nostro gruppo di intelligentissimi aveva organizzato l’anno precedente. Perché, con i loro occhialini, le loro magliette bigie e i loro cervelli ipersviluppati, gli scienziati non vanno in ferie a Riccione, ad Amsterdam, o a Las Vegas (salvo, ben inteso, che nelle suddette località non ci sia un congresso mondiale riguardo alla glicoproteina VRZ581, nel qual caso partiva la gara a prenotarsi lo Sheraton di turno): loro vanno in Perú. Niente da togliere al Perú, ovviamente, che è meraviglioso, ovviamente. Ma di certo non è famoso per la sua vita notturna. Comunque, durante questo entusiasmante viaggio il gruppo di scienziati era stato rapito dalla meravigliose storie riguardo al misteriosissimo ed elusivo: lama degli abissi.

La guida personale dei nostri giovani cervelloni aveva passato giorni a descrivere le caratteristiche di questo animale fantastico: esattamente come un lama, ma in grado di vivere a più di mille metri nelle profondità degli oceani grazie al suo pelo che, sofficissimo, assorbiva la pressione. Lì si cibava prevalentemente di alghe e piccole creature simili a gamberetti che cacciava attraverso una precisissima scarica di sputi. Gli zoccoli appiattiti gli permettevano di nuotare a gran velocità, le orecchie allungate e appuntite di direzionare i movimenti e la coda puffosa semplicemente di sembrare carino. Grandi interrogativi avvolgevano però ancora l’animale; ad esempio ci si chiedeva  come facesse a respirare sott’acqua, oppure se il tipico sorrisetto sardonico gli servisse per difendersi dai predatori.

Nessuno però era ancora riuscito ad osservarne uno nel suo ambiente naturale, riferì la guida, e ad alcune domande del più scettico e petulante del gruppo si scoprì che le leggende erano basate su antichi racconti e su una manciata di lama trovati in avanzato stato di decomposizione in una paio di spiagge sperdute tra le scogliere andine. Il materiale era comunque abbastanza ricco per galvanizzare il gruppo di studiosi in preda ai primi sintomi di astinenza dalla frizzante luce bluastra dei loro monitor computerizzati. Anticiparono addirittura il rientro al loro laboratorio, per mettersi subito a organizzare i preparativi per la missione (il rientro anticipato fu in realtà facilitato anche da importati sindromi gastrointestinali e sfoghi eritematosi del gruppo di baldi studiosi, ma si può dire che l’entusiasmo per il nuovo progetto fu notevolmente preponderante nella scelta).

Già pregustando il Nobel, erano poi partiti di nuovo per il Perù e ora si trovavano esattamente in quello che avevano deciso essere il punto più consono per la ricerca, malfermi su un ondeggiante peschereccio ammaccato, sballottati dalle onde dell’oceano Pacifico e svomitazzanti di qua e di là.

Il loro armamentario era costituito principalemente da una paffuta sonda sottomarina, tonda e metallica, una ventina di controller per comandarla a distanza e una tonnallata di gomme per il mal di mare. La sonda presentava pareti in titanio capaci di sopportare la pressione di migliaia di tonnellate d’acqua per centimetro quadrato, resistente, almeno speravano, tanto quanto il pelo del lama degli abissi. Questa fu quindi calata in mare in un’apoteosi di spruzzi e schizzi, con tutta la solennità che hanno i momenti topici della storia dell’umanità (non tutti videro quel momento emozionante, alcuni erano in preda alle nausee, altri non avevano ancora smaltito la gastroenterite del precedente viaggio, altri ancora, a causa dell’eritema cutaneo, non potevano esporsi al sole). Con un turbinio di schiuma, il minuscolo sottomarino si immerse nell’oceano, pronto a scovare il leggendario lama degli abissi.

La telecamera della sonda (le telecamere ad essere sincero, visto che ne avevano montate 14 su quel coso, preoccupati che il lama, e quindi il Nobel, gli scivolasse silenzioso in un loro punto cieco), la telecamera, dicevo, rimandò immagini prima confuse, poi sempre più nitide, del grigiume dell’oceano invernale. Per una buona ventina di minuti videro solamente un po’ di pulviscolo, qualche alga, uno squalo (cosa che fu accompagnata da non poche esclamazioni) e poco altro. I loro monitor indicavano però che la sonda stava scendendo secondo i piani e che a breve sarebbe stata abbastanza in profondità da poter osservare il mirabolante lama degli abissi; sempre che ce ne fosse stato uno.

La tensione nella camera di controllo cresceva. Tutto quel cortisolo era a rischio di provocare nuove eruzioni di acne erosiva nei mesi successivi. Ma il Nobel, è noto, non si vince senza qualche difficoltà.

Ad un certo punto la sonda rimandò un’ombra tremolante e il gruppo di scienziati trattenne il fiato all’unisono. L’ombra era poco più che un puntino lontano, ma il modo con cui si spostava nello spazio lasciava chiaramente intendere che non fosse il solito gruppo di pixel che sfarfallava. La figura indistinta si stava avvicinando. Nella camera di comando non volava una mosca. Il ronzare dei monitor e lo scricchiolio delle leve dei controller erano gli unici rumori percepibili nella stanza. L’ombra avanzava verso di loro, diventando sempre più grossa e più nitida. Ed ecco, con incredibile meraviglia di tutti (anche dello scettico petulante) il lama comparve! Si stagliò chiaramente all’interno della cornice dello schermo, ben illuminato dalla luce della sonda. Rimase qualche secondo immobile come per farsi fotografare e poi nuotò via veloce nel buio delle profondità marine. L’aria nella cabine rimase sospesa per qualche istante prima che un urlo di soddisfazione scoppiasse tra le pareti metalliche del peschereccio. Avevano le loro immagini! Avevano fatto la scoperta del secolo! La strada per il Nobel ormai era liscia e spianata.

Si misero subito a riguardare i fotogrammi del loro successo. Il lama era proprio lì, ben disegnato nella sua elegante forma allungata e discoidale, con lunghi tentacoli sinuosi e un paio di occhi liquidi al lato di un’enorme testa appuntita. Certo, non aveva il leggendario pelo-anti-pressione, e neanche la tipica forma da vertebrato terrestre. Aveva più che altro una pelle lucida e rossastra. E otto arti. Niente bocca e niente sorriso sornione. Solo testa e lunghe zampe disarticolate con piccole ventose disposte per tutta la loro lunghezza. Non aveva neanche le orecchie-timone. Né la coda puffosa.

Ma non c’erano dubbi: quello era un lama. Un lama degli abissi.

E nessuno, ormai, gli avrebbe impedito di vincere il Nobel per la Scienza.

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