Da Brighton alle più remote Isole Orcadi

Una macchia di rossetto dalla forma della Gran Bretagna si stagliava sopra la dentiera ossidata a livello dell’incisivo superiore di sinistra, venendo periodicamente scoperta dall’incessante fluttuare delle labbra secche della nonna. Se la normale articolazione delle parole lasciava intravedere appena la costa meridionale del Galles e dell’Inghilterra, quando la bocca si allargava in uno dei suoi sorrisi sfiatati, l’intera isola veniva rivelata nella sua totalità, da Brighton alle più remote isole Orcadi. La presenza di quella macchia mi intrigava non tanto per la forma o per la dimensione – sufficiente a coprire metà del dente – quanto più per la difficoltà nel collocarne l’origine, dato che la nonna non aveva in quel momento il rossetto sulle labbra, né tanto meno lo aveva avuto negli ultimi tre giorni.

Credo che la vecchia mi stesse raccontando in maniera confusa di come da piccole lei e le sorelle andassero alla stalla ad osservare di nascosto la copertura delle vacche, delle cavalle, o di qualche altro animale da fattoria. La narrazione descriveva il fluire di fotogrammi visibili solo a lei, che, commossa, li seguiva con lo sguardo rivolto dietro le retine, persa in un mondo scomparso ormai da quasi un secolo.

Il racconto non era per me; come tante altre volte prima, la mia presenza era servita solo da miccia in grado di accendere il motore della macchina del tempo con cui la nonna era partita. Il mio ascolto attivo non era quindi richiesto e potevo distrarmi cercando di trovare una spiegazione plausibile per l’origine di quella macchia di rossetto. Non so dire se questo mio interesse derivasse dal disperato tentativo di resistere al desiderio di scappare il più lontano possibile dall’ospizio, o se fosse un enigma realmente degno di questo nome. Fatto sta che svolsi lentamente la matassa di pensieri, arrivando a definire l’ipotesi più plausibile per spiegare il mistero: la nonna aveva probabilmente indossato il rossetto quella stessa mattina, sporcando la dentiera nel momento del trucco o poco dopo; il colore alle labbra sarebbe poi svanito a seguito del pasto che, data la consistenza cremosa del cibo istituzionale, non richiedeva l’utilizzo della dentiera sulla quale sarebbe così rimasta la macchia incriminata.

C’erano però altre ipotesi che, seppur meno probabili, erano di sicuro più interessanti. Una di queste prevedeva ad esempio una relazione amorosa con la signora Ivana, un’altra ospite della struttura che caso vuole avesse le labbra dipinte, dalla punta del naso alla punta del mento, dello stesso colore della macchia della nonna. In questo scenario la vecchia e l’amante, pur svolgendo all’apparenza la normale vita da anziane residenti nella struttura, vivevano il loro amore in segreto, architettando lunghe notti di folli fughe alla più vicina balera, teatro di lunghi baci appassionati.

Mi piaceva l’idea che la vecchia mantenesse una vita clandestina e avventurosa nonostante il confinamento nella struttura, come anche la possibilità che i problemi nel cammino e la demenza fossero solo un complicato inganno per allentare il controllo su di sé, potendo vivere libera e felice gli ultimi anni della sua esistenza. L’idea mi piacque così tanto che diventò per me un dato di fatto e d’allora mi sono sempre riferito alla vita della nonna in ospizio con una malizia e un’allusività che qualsiasi altro membro della mia famiglia ha sempre faticato a capire.

Quell’immagine della nonna dissimulatrice e passionale, truccata e lasciva, si cristallizzò nei miei ricordi anche perché il giorno in cui fu formulata fu anche l’ultimo in cui la vidi viva.

Ma va bene così, perché le mie fantasticherie nate da quella macchia di rossetto mi permettono ancora oggi di immaginarmela viva e vegeta in una bianchissima spiaggia tropicale a scambiarsi effusioni con la sua vecchia amante, mentre sorseggia un cocktail e ride di noi poveri ingenui, cascati nella messa in scena della sua morte.

From Brighton to the remote Orkney Island

On the upper left incisor of her yellowish denture stood a lipstick mark shaped as the Great Britain Island, periodically uncovered by the slow and unceasing oscillation of her dry lips. Most of the time I could only glimpse the Southern coast of Wales and England, but when my granny opened her mouth in one of her toothy smiles, the whole country was displayed, from Brighton to the remote Orkney Islands. That lipstick stain intrigued me not so much for its shape or size – it was big enough to cover half of her tooth –  but more for the trouble I had figuring out where it came from, since my granny wasn’t wearing any lipstick that day, and hadn’t in the days prior.

At that moment, I believe she was telling me about the times she and her sisters used to secretly watch the mating of cowsand other farm animals in the stable. She was gazing off into the distance, describing a flow of pictures only she could see, deeply moved and lost in a world that had vanished almost a century ago.

Her narration wasn’t for me; my presence had only served as a wick to ignite the engine of the time machine on which she had sailed, just like the many times before. At that point, my presence was no longer necessary and I could get lost trying to solve the riddle beyond the lipstick mark. I cannot say if my interest in the matter was just my desperate coping strategy to avoid running as far as I could from the nursing home, or if it really was a question worth answering. The fact is that I had time to unravel the mess of my thoughts, coming up with the most plausible solution for the mystery: my granny had probably worn lipstick in the morning, marking her denture while applying her makeup or soon after; later that day, the creamy texture of her institutional food cleaned it from her lips, but, not requiring teeth for consumption, left intact the red mark.

Nevertheless, there were other theories that, even if less probable, were surely more interesting. One of these took into account a love affair with Lady Ivana, an other guest of the nursing home, who was at the moment wearing a lipstick, from nose to chin, of the same color of the grandma’s mark on the tooth. In this scenario, my granny and her lover, while seemingly keeping a normal life of two distinguished madams, lived their love in secret, planning long nights of passionate rendezvous at the closed dance-hall, savoring long lustful kisses on the stage.

 I liked the idea of my granny having a clandestine and adventurous life despite her confinement, as well as the possibility that her immobility and loss of most of her cognitive function might be only a complicated hoax to escape her surveillance and live happily and freely during her last years on this Earth. I liked the idea so much that it almost became, in my mind, a matter of fact, and from that moment on I’ve always referred to my granny’s life in the nursing home with a mischievousness that the other members of my family fail to understand.

The image of my passionate and deceitful granny, lascivious, with painted lips, became crystallized in my memory also because the day when I had that thought was also the last day I saw her alive.

But it’s all right, because my fantasies born from that lipstick mark let me imagine her today, still alive and well on a white tropical beach with her old lover, drinking a cocktail and laughing at the poor fools who fell for her staged death.   

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